mercoledì 25 giugno 2014

TROTSKY E LA LOTTA ALLO STALINISMO

L'IMMATURITA' DEI TEMPI IN CUI SONO AVVENUTE LE RIVOLUZIONI SOCIALISTE IN PAESI SOGGETTI AD UN SISTEMA ANCORA FEUDALE, NELLA TOTALE ASSENZA DI UN PERCORSO EVOLUTIVO, CON LA CONSEGUENTE DEGENERAZIONE BUROCRATICA E DITTATORIALE, OFFRE UN PRETESTO ALL'ATTUALE STIGMATIZZAZIONE DELLE IDEE MARXISTE E CEMENTIFICA IL CAPITALISMO QUASI COME UN DOGMA RELIGIOSO.

Foto: Lev Trotsky nel 1918

"A differenza del capitalismo, il socialismo non si costruisce automaticamente, ma coscientemente."
Lev Trotsky

PREFAZIONE

Sono convinta che solo la nuda e cruda necessità possa portare il cambiamento, solo dopo aver toccato il fondo il capitalismo, come ogni percorso storico, potrà essere superato, lentamente ma inesorabilmente.

Viviamo in un mondo capovolto, in cui un sistema economico basato sulla competizione anzichè sulla collaborazione e sul possesso privato dei principali mezzi di produzione gratifica ed incoraggia tendenze antisociali e psicopatologiche che si identificano in mancanza di scrupoli, assenza di empatia, di responsabilità e di sensi di colpa, cinismo: caratteristiche tipiche degli individui di successo in campo economico. In sostanza: il capitalismo, al pari delle stesse false religioni odierne, determina una vera e propria "selezione" antropologica che porterà, nel tempo, se il sistema non verrà superato, ad una vera e propria mutazione in senso negativo e distruttivo della coscienza collettiva e della stessa  specie umana, nonchè alla distruzione del pianeta. La competizione, l'interesse egoistico e la mentalità di mercato elimina socialmente le persone dotate di fedeltà, empatia, princìpi e valori tesi al bene comune, favorendo l'ascesa di cinici, opportunisti, vuoti a perdere dotati solo di volontà di prevaricazione ed arricchimento personale, o "macchine pseudoumane". Lo sfruttamento senza scrupoli dell'ambiente e dell'uomo sono il fondamento della società capitalistica, di un sistema che, sostanzialmente, divora sè stesso, implodendo periodicamente, sfociando in crisi inevitabili perchè fanno parte del suo stesso meccanismo: la crisi genera necessità ed impoverimento, quindi ricattabilità, perdita di diritti acquisiti, ansia e predisposizione alla suggestione indotta da personaggi carismatici che deviano le folle dalle ideologie di riferimento, cancellando la storia. E' illusoria anche la decantata libertà scientifica all'interno del sistema capitalistico, poichè tutto è solo apparentemente libero, bensì sottoposto al controllo ed alla censura degli interessi ideologici del regime istituito, che necessita di supporto in teorie prive di fondamento scientifico ma ampiamente promosse dal potere come la psicoanalisi freudiana, il darwinismo sociale, l'antropologia delirante di Cesare Lombroso, il positivismo ideologico ottocentesco, la censura di elementi storici riguardanti il collettivismo delle prime civiltà giudicati scomodi, l'impossibilità per gli scienziati di proporre forme di energia non inquinante e gratuita perchè non portano profitto (noi tutti sappiamo la fine che fece Nikola Tesla). E questo per fare solo alcuni esempi. In un sistema basato sulla prevaricazione sociale nulla è libero e la democrazia stessa è illusoria, perchè non saranno mai le persone oneste a decidere, ma queste verranno strumentalizzate e sottoposte a un tale lavaggio mentale da essere portate a credere che tutto questo faccia parte della normalità, dell'inevitabilità o, peggio ancora, della natura umana.

Ma, come ben espresso dall'aforisma di Trosky sopra citato, il cambiamento in senso socialista non coinvolge tanto l'oganizzazione pratica, quanto la consapevolezza collettiva e può essere raggiunto in modo sano solo attraverso di essa, con la costruzione graduale di una nuova coscienza generale che in realtà non apporterebbe  nulla di "nuovo", ma consisterebbe semplicemente nel freno alla disumanizzazione autodistruttiva in corso, in una nuova "umanizzazione", nell'edificazione dell'"Uomo Nuovo", ovvero dell'"Uomo" per eccellenza. Può accadere questo al punto in cui siamo? E' troppo tardi? Potrà essere possibile instillare un pallido lume di consapevolezza in masse intere di individui come quelli che oggi possiamo osservare, in modo che non sia necessario ch'esse siano, al solito, guidate da elite intellettuali che faticano a farsi comprendere? Uscire da un circolo vizioso generazionale, si sa, è come percorrere una spirale in discesa al contrario, ma la speranza è l'ultima a morire, anche se in questo momento sta agonizzando.

SI PUO' EDIFICARE UNA NUOVA COSCIENZA COLLETTIVA PRIMA DEL CAMBIAMENTO? SE QUESTO NON E' POSSIBILE, SU QUALI BASI QUEST'ULTIMO POGGERA'?

Da sempre mi pongo questa domanda, partendo dal presupposto che il comunismo costituisca l'inevitabile svolta (più o meno lenta) verso un futuro all'insegna del progresso sociale e dato per assodato che, come afferma Trotsky e la stessa ideologia marxista, la società comunista necessita di un radicale cambiamento nella mentalità e nella coscienza collettiva, come avrebbe potuto essere edificata da masse di cosiddetti "proletari", ovvero individui che, come dice lo stesso termine spregiativo ideato agli esordi del capitalismo, appartenevano ad un retaggio di alienazione e sfruttamento, nascendo e morendo all'unico scopo di creare nuova prole il cui destino sarebbe stato lo stesso nella catena di un'esistenza di abbrutimento e degradazione? Non è stato forse un sogno intellettuale e filosofico di poche elite la cui illuminazione non avrebbe mai potuto raggiungere, nemmeno con un pallido raggio, la grande massa ridotta da generazioni ad un livello subumano, la cui massima aspirazione era tutt'al più un miglioramento delle condizioni di vita, più che un cambiamento totale degli assetti sociali, che, ovviamente, non poteva comprendere? Queste erano le condizioni ai tempi della Rivoluzione Russa; le stesse ai tempi della Comune di Parigi; per quel che riguarda la Rivoluzione Francese la svolta del Termidoro fu inevitabile, perchè i tempi erano maturi solo per un cambiamento in senso borghese e perciò, alla fine, prevalse l'ala destra della Rivoluzione, giacchè chi allora poteva sognare una società senza classi doveva basarsi sull'appoggio di sanculotti, diseredati e vagabondi, individui non certo dotati di "coscienza". Il punto è questo: cos'ha fatto pensare che il 1917 fosse più maturo del 1789 o del 1848? Forse l'esistenza del "proletariato industriale" (orribile definizione) che prima era solo in embrione? E in cosa le masse del 2014 differiscono rispetto a quelle russe del 1917? Certamente avranno un più alto livello d'istruzione (per essere ottimisti), ma l'istruzione controllata dal sistema non  arricchisce, non affranca da una mentalità di base fondata su prevaricazione, opportunismo, concezione mercantile e avvilente della vita, individualismo meschino. Una società comunista evoluta dev'essere basata soprattutto su un alto livello culturale dell'intera popolazione, perchè proprio la cultura costituisce il perno del collettivismo, ma allora questo dovrebbe essere costruito da zero subito dopo il cambiamento rivoluzionario, e sarebbe difficile che un progetto simile, ottenibile solo da un lungo ricambio generazionale, nei decenni, potesse precedere l'incoscienza delle rozze masse che dalla rivoluzione si aspetterebbero tutto e subito senza la comprensione di ciò che è avvenuto, dei lunghi processi che sono necessari, accompagnata al guinzaglio da coloro che sanno, dalle poche elite che detengono le chiavi della conoscenza e pronta a farsi abbindolare dal prossimo che le mostrerà un osso più succulento. In effetti: deve nascere prima la rivoluzione o la coscienza collettiva? Questo è il dilemma. E sarò costretta ad affermare qualcosa di molto impopolare, ovvero che la realizzazione di una società ideale (che costituirebbe un ritorno alle naturali relazioni sociali), necessiterebbe perlomeno di un drastico ridimensionamento della popolazione mondiale, poichè il socialismo non può essere delimitato ad un paese solo (come avrebbe voluto Stalin nel suo deviante percorso) ma implica il coinvolgimento di tutte le popolazioni mondiali, in una reazione a catena di risveglio e volontà di cambiamento: come potrebbero miliardi di teste trovare il sentiero dell'illuminazione, soprattutto se pensiamo al livello di brutalità in cui vegetano la gran parte dei popoli nei paesi in via di sviluppo? Al livello di degenerazione e crescita numerica in cui siamo, sarà ancora vero che tutti sono nati per essere liberi, come nell'età dell'oro e ai tempi delle primissime civiltà, in cui il Re non aveva un potere egoistico, ma svolgeva una funzione di garante di uguaglianza e giustizia? (Ciò è evidenziato dagli studi su tutte le più antiche civiltà, compresa quella di Harappa, nelle Valle dell'Indo, o la civiltà Inca basata su un apparato statale centralizzato a economia collettivistica, che non nacquero dalla proprietà privata, come gli accademici vorrebbero far credere, ma erano vere società ugualitarie). Il collettivismo è stato il primo pilastro della civiltà, poichè nessuna grande opera avrebbe potuto nascere da un individualismo meschino che non vede nulla oltre il suo profitto, ma solo da un individualismo maturo le cui potenzialità fossero estese al bene comune. Le lunghe epoche che stiamo vivendo, lontane dalla prima organizzazione naturale, appartengono ad un'oscura era di degenerazione e, forse, hanno già messo radici creando una profonda mutazione della coscienza universale in senso negativo, al punto che è lecito chiedersi se non sia troppo tardi per la realizzazione degli ideali e se oggi rimangono in fondo pochi individui nati per essere liberi o se, invece, non pretendiamo di mutare le percore in aquile o i cani in lupi. Forse è così, ma è doveroso da parte nostra renderci utili a coloro che possono comprendere e, in questo modo, sentirsi meno meno isolati.

BREVE BIOGRAFIA DI TROTSKY

Il vero nome di Trotsky era Lev Davidovic Bronstein; il falso nome di Leon Trotsky venne da lui assunto durante il periodo di clandestinità iniziato nel 1902, quando fuggì dalla prigionia siberiana con la complicità della moglie; in verità il falso nome di Trotsky (che poi lo designerà per sempre universalmente) era il nome di un suo carceriere della prigione di Odessa. Dunque, Lev Davidovic Bronstein, alias Lev Trotsky, il 26 ottobre 1879 nacque presso il villaggio di Yanovka, in Ucraina, da una famiglia di agricoltori benestanti di origine ebraica. Nel 1896, mentre aspirava ad iscriversi all'ateneo per lo studio della matematica (cosa che in seguito fece), conobbe per la prima volta le nascenti idee rivoluzionarie socialiste alle quali fu introdotto dai suoi affittacamere che gli indicarono il luogo dove si riunivano i giovani rivoltosi della città di Nicolajev. Nel 1897 ottenne il diploma liceale che gli permise di iscriversi all'Università di Odessa a pieni voti e già nello stesso anno fondò un'organizzazione denominata "L'Unione operaia della Russia meridionale", mediante la quale veniva diffuso un giornale clandestino "La nostra causa". Lev Trotsky, di appena 19 anni, venne arrestato assieme ai suoi compagni ed in seguito trasferito in Siberia. Dopo la fuga dal confino siberiano Trotsky fuggì in Inghilterra dove incontrò per la prima volta Lenin, di cui lesse precedentemente uno scritto che ammirò molto, l'opera "Che fare?". Lenin lo apprezzò subito per il suo lavoro al giornale Iskra (fondato da Lenin) e per l'acume degli articoli da lui scritti, per cui lo nominò membro permanente dello stesso. Nel 1905 Trotsky fece ritorno in Russia e nello stesso anno, il mese di gennaio, si verificò la feroce repressione che seguì alle prime rivolte di lavoratori contro il regime zarista, chiamata proprio "la domenica di sangue" a San Pietroburgo. Nel 1905 si verificarono anche i clamorosi ammutinamenti della Corazzata Potiomkin e di altre due navi della marina russa, moti che però furono vanificati dall'opportunitica introduzione, da parte del regime zarista, di alcuni diritti atti a calmare gli animi. Nacquero nello stesso periodo, in seguito ai numerosi scioperi e sommosse, nuclei di rappresentanza dei lavoratori chiamati "Soviet", dei quali Trotsky assunse la direzione in quel di Pietroburgo. La strategia di Trotsky si basò soprattutto su un'azione di disturbo, offesa e ritirata, per indurre l'avversario all'esasperazione; i pochi nuclei della classe operaia, che si concentravano soprattutto presso le grandi metropoli, erano attivi nel movimento pre-rivoluzionario, ma, come al solito e come avvenne anche per il nostro Risorgimento, le masse contadine (ovvero la stragrande maggioranza dei russi, ancora completamente analfabeti e ridotti da secoli ad una condizione brutale) non capiva e non partecipava, ovviamente, alla volontà di cambiamento. Già questo dovrebbe far riflettere su quanto fossero prematuri i tempi per una rivoluzione di tipo socialista, senza un precedente sviluppo borghese ed industriale che ne preparasse le condizioni, partendo praticamente dal nulla, da una società prevalentemente contadina e feudale; come sappiamo, la storia non fa salti. Il 3 dicembre 1905, durante una riunione dei Soviet, la polizia irruppe arrestando tutti i membri dell'esecutivo e Trotsky venne deportato a vita in Siberia, ma intrepidamente fuggì durante il viaggio che lo avrebbe portato in una sperduta località in mezzo alla Tundra nella quale sarebbe stato difficile sopravvivere, gettandosi dal convoglio e fuggendo a piedi in mezzo alla gelida Siberia riuscendo infine a raggiungere San Pietroburgo, da dove fuggì nuovamente a Londra assieme alla moglie. Nel 1907, sempre a Londra, partecipò al Congresso del POSDR (Partito Operaio Socialdemocratico Russo) dove espose per la prima volta la sua teoria della "rivoluzione permanente", ovvero l'alleanza del proletariato russo con quello dell'Europa occidentale, che avrebbe portato ad un ampliamento delle prospettive e degli orizzonti della rivoluzione russa. In sostanza Trotsky, esponendo questa teoria, si pose in una via di mezzo tra l'ideologia bolscevica (capeggiata da Lenin) e quella menscevica (capeggiata da Julius Martov) delle quali la prima esprimeva l'esigenza di una rivoluzione dal basso e di una conseguente dittatura del proletariato che affermasse il nuovo ordine sociale; la seconda, più realista forse, comprendeva la necessità di una transizione borghese che avrebbe permesso al Paese lo sviluppo industriale ed accettava compromessi per una monarchia costituzionale ed una democrazia capitalistica. Dopo il Congresso del POSDR Trotsky si trasferì a Berlino, successivamente a Vienna, dove visse sette anni di relativa tranquillità e potè dedicarsi allo studio e alla frequentazione di caffè letterari presso i quali conobbe pensatori come August Bebel, Karl Kautsky, Alfred Adler, Karl Renner, Rudolf Hilferding.

La fondazione della Pravda. Gli anni da reporter nei Balcani. L'esilio in Francia e a New York

Nel 1908 fondò a Vienna (allo scopo di sfuggire alla censura zarista) il giornale "Pravda" (Verità), che faceva poi distribuire clandestinamente in Russia come organo ufficiale del RSDLP (Russian Social Democratic Labour Party). In seguito ci furono dissensi interni con Lev Kamenev, esponente del gruppo bolscevico, il quale fu anche invitato alla collaborazione col giornale nel tentativo di risolvere i malumori, incarico che durò un breve lasso di tempo, prima che la Pravda, di proprietà dei bolscevichi, riuscisse ad ottenere legittimità sottoponendosi al rigido controllo della censura zarista. Nel 1913 Trotsky divenne uno dei più stimati reporter d'Europa sulla guerra dei Balcani e l'imminente scoppio del primo conflitto mondiale lo costrinse a ricongiungersi con la sua famiglia a Vienna. Da qui si trasferì a Zurigo dove scrisse l'opera "La guerra e l'Internazionale", dove accusò i socialisti europei di non essersi opposti al grande conflitto, ma di essersi lasciati coinvolgere in passioni nazionalistiche. Nel 1914 si trasferì in Francia dove scriveva per un giornale per sbarcare il lunario, ma il suo soggiorno parigino durò fino al 1916, quando fu cacciato dalla Francia che fece chiudere anche tutti i giornali francesi in lingua russa. Anche la Spagna rifiutò di accoglierlo e, imbarcatosi su un bastimento, si diresse alla volta di New York. Dagli Stati Uniti, alla notizia dello scoppio della rivoluzione russa, Trotsky si imbarcò immediatamente per far ritorno in patria e, bloccato dalla polizia canadese con l'intento di rinchiuderlo in un campo di prigionia, venne salvato dalla mediazione del ministro degli esteri del primo governo provvisorio russo e potè giungere a Pietrogrado il mese di maggio. Quando arrivò di nuovo in patria, si era già formato il secondo governo provvisorio, diviso dalla volontà delle sue diverse fazioni: i bolscevichi di Lenin, che volevano l'eliminazione del latifondo e la redistribuzione delle terre fra i contadini, e i menscevichi, i quali si accontentavano della sconfitta e deposizione della monarchia zarista senza pretendere radicali cambiamenti sociali.

L'incontro con Lenin e l'Organizzazione Intercittadina

Trotsky incontrò qui per la prima volta Lenin, che già ammirava in seguito alla lettura delle sue opere, e venne decisa da entrambe un'alleanza fra i propri partiti: il partito bolscevico di Lenin e l'"Organizzazione Intercittadina" di Trotsky, fondato nel 1913 e in cui confluivano personalità importanti come Anatolij Vasil'evic Lunacarskij, David Riazanov, Adolph Abramovich Joffe, Moisei Solomonovich Uritsky ecc. In seguito a tumulti causati dai bolscevichi che volevano imporre il cambiamento socialista, anche Trotsky, assieme all'amico Lunaciarskij, fu arrestato ma, poco tempo dopo, in seguito ad un tentativo di colpo di stato da parte del comandante in capo delle forze armate, fu costretto a difendere il governo che per primo si era proposto di combattere. Il nuovo Soviet (consiglio) costituito dopo questi disordini, s'impegnò a non reprimere più le opposizioni affermando che "nessuna mano del presidium si allungherà mai su alcuna minoranza per soffocarla". Lenin, rifugiatosi in Finlandia, sollecitò una sollevazione contro il governo provvisorio, anche se alcuni suoi collaboratori ritenevano il momento non adatto. Trotsky rispose alla necessità invocata da Lenin e, dopo la ribellione del reggimento di Pietrogrado ed il rifiuto delle truppe di avviarsi verso il fronte agli ordini del generale Kerenskij, egli approfittò del momento di debolezza del governo per organizzare picchetti armati che sarebbero stati pronti ad agire nella stessa Mosca, e la goccia che fece traboccare il vaso fu proprio la chiusura del giornale Pravda e la sua messa fuori legge da parte del governo provvisorio. Tuttavia la sua pubblicazione potè continuare sotto la protezione della Guardia Rossa e, a questo punto, il primo ministro diede impulso alla rivolta arrestando i membri del Comitato Rivoluzionario.

La presa del Papazzo d'Inverno. La fondazione dell'Armata Rossa. La sconfitta delle Guardie Bianche dei generali Kolciak, Denikin, Judenic

Trotsky riuscì a  mobilitare l'esercito della capitale, piazzando una nave da guerra di fronte al Palazzo d'Inverno, sede del Governo Provvisorio, sul fiume Neva ed espugnandolo. I ministri vennero portati alla fortezza di Pietro e Paolo. Questi avvenimenti portarono alla destituzione del primo ministro del governo provvisorio Aleksadr Fedorovic Kerenskij e alla presa del potere dei bolscevichi di Lenin e Trotskij, che ormai, al consiglio dei Soviet, ne rappresentavano i due terzi. Venne fondata la Repubblica Sovietica Federale Socialista Russa con a capo Lenin e Trotsky come ministro degli affari esteri. La terra venne distribuita ai contadini e si trattò per la pace con i paesi in conflitto, anche se le proposte non vennero accolte da Stati Uniti, Inghilterra, Italia e Francia, ma si aprì uno spiraglio con l'impero austro-ungarico e la Germania, che però non giunse a conclusione in quanto quest'ultimi imposero delle condizioni inaccettabili alla Russia, ossia l'annessione di Polonia e Paesi Baltici. Lenin, dal canto suo, sarebbe stato propenso ad accettare qualsiasi condizione di resa, poichè giudicava molto arduo riuscire a difendere il Paese dall'invasione straniera, ma alla fine prevalse la linea di Trotsky, che dovette arrendersi però dopo l'avanzata delle truppe tedesche fino a Mosca, le quali non incontrarono praticamente resistenza.  La resa fu accordata il 3 marzo 1918 con la cessione, da parte della Russia, oltre che della Polonia e Paesi Baltici, anche della Finlandia e Ucraina. Interi reparti di cosiddette "Guardie Bianche" formati dai fedeli alla deposta monarchia minacciavano lo stato sovietico asserragliati lungo le rive del Don; fu per questo che lo stesso anno 1918 Trotsky fondò l'Armata Rossa, formata da volontari ed ex ufficiali zaristi dei quali si volle sfruttare la competenza. Anche in ambiente militare veniva applicata la democrazia dal basso, in quanto i soldati stessi decidevano quali avrebbero dovuto essere i loro comandanti: c'era il desiderio di affermare la nuova coscienza sociale, che avrebbe dovuto riformare radicalmente ogni rapporto individuale e sociale. In seguito l'arruolamento nell'Armata Rossa divenne obbligatorio mostrando così la prima disillusione riguardo una consapevolezza collettiva tesa al bene comune. Kolciak, Denikin, Judenic erano i generali ribelli delle "Guardie Bianche" che avrebbero voluto la restaurazione della monarchia, ma furono infine sconfitti da abili manovre militari dell'Armata Rossa, mentre riuscirono a minacciare seriamente la stessa Pietrogrado, difesa strenuamente dai suoi abitanti.

La riforma della NEP di Lenin e la nascita di nuove classi sociali. La questione georgiana. I primi segni della malattia di Lenin e sua morte

Nel 1921 Lenin fece approvare la Nuova Politica Economica, tesa a porre rimedio alla situazione disastrosa in cui si trovava la Russia in seguito alla guerra civile e ai drastici e prematuri cambiamenti economici. Fino a quel momento i contadini dovevano cedere allo stato ogni produzione superflua che non servisse ai loro bisogni, ma con la N.E.P istituita da Lenin poterono vendere le eccedenze dopo aver consegnato allo stato la parte dovuta; l'estensione della riforma leniniana si estese anche all'industria, nella quale lo stato mantenne il controllo solo sulle aziende con più di 20 dipendenti; ma tutta questa liberalizzazione portò alla nascita di nuove classi privilegiate come i Kulaki (contadini ricchi) e a nuove caste di affaristi e trafficanti dovute alla maggiore disponibiltà di beni di consumo, il cui tenore di vita strideva con quello della maggior parte della popolazione delle città. Questa riforma, comunque, era destinata ad essere provvisoria, dal 1921 al 1929. Ormai in Trotsky e Lenin si incarnava il nuovo corso della storia, nonostante le divergenze che intercorrevano fra loro. Lenin, dopo aver subito un attentato a Mosca nel 1918 mentre stava tenendo un discorso agli operai, fu invalidato da una progressiva degenerazione delle conseguenze fisiche subite e, nel 1922, Stalin divenne il nuovo segretario generale del partito, adoperandosi in ogni modo per impedire a Lenin, che venne costretto in uno stato di segregazione, di esprimere la propria volontà, facendo credere che fosse venuta meno la sua capacità mentale. Da lì in poi Trotsky iniziò la sua battaglia contro la degenerazione burocratica dello stato sovietico imposta da Stalin. Nello stesso anno Lenin venne colto da un secondo attacco di ictus che non gli impedì, pochi mesi dopo, di condannare, in una lettera al Politburo, l'operato di Stalin e la sua politica nei confronti delle nazionalità non russe e sulla questione georgiana. Lenin si oppose strenuamente alla politica staliniana che voleva ogni regione sovietica totalmente sottoposta allo stato centrale, senza margini di autonomia e questa fu la sua ultima battaglia, nonostante la malattia gli ostacolasse la libertà. Lenin riteneva che la Georgia, in questo caso, dovesse avere un governo ed una sovranità di pari livello con la Russia e considerava la posizione di Stalin e del suo collaboratore Ordzonikidze come "sciovinismo grande russo". Questo un brano dello scritto di Lenin del 1922, "Sulla questione delle nazionalità o della autonomizzazione", che delucida perfettamente sulla situazione verificatasi:

"Si dice che ci voleva l'unità dell'apparato. Ma di dove sono venute fuori queste affermazioni? Non sono forse venute proprio da quell'apparato russo che, come ho già rilevato in una delle note precedenti del mio diario, abbiamo ereditato dallo zarismo, e che è stato solo appena appena ricoperto di uno strato di vernice sovietica? Non c'è dubbio che si sarebbe dovuto aspettare ad attuare questa misura finché non avremmo potuto dire di essere sicuri del nostro apparato, come di un apparato effettivamente nostro. Ma ora dobbiamo in coscienza affermare, al contrario, che noi chiamiamo nostro un apparato che in realtà ci è ancora profondamente estraneo, che rappresenta il filisteismo borghese e zarista, la cui trasformazione in cinque anni, mancando l'aiuto di altri paesi e prevalendo le "occupazioni" della guerra e della lotta contro la fame, non era assolutamente possibile.....In tali condizioni è perfettamente naturale che la "libertà di uscire dall'Unione", con la quale ci giustifichiamo, si rivela un inutile pezzo di carta, incapace di difendere gli allogeni della Russia dall'invasione di quell'uomo veramente russo, da quello sciovinista granderusso, in sostanza vile e violento, che è il tipico burocrate russo. Non vi è dubbio che una percentuale insignificante di operai sovietici e sovietizzati affogherà in questa marmaglia sciovinista granderussa come una mosca nel latte."

Il 21 gennaio 1924 Lenin subì l'ultimo attacco della malattia che lo portò alla morte. Le sue ultime volontà vennero espresse nel "Testamento"  indirizzato al Congresso del Partito Bolscevico che fu come un ultimo disperato tentativo di svegliare le coscienze sul nuovo pericolo stalinista e sulla degenerazione burocratica e totalitaria.

La teoria della "rivoluzione permanente" di Trotsky e della "socialismo in un paese solo" di Stalin

Trotsky raccolse la volontà di Lenin soprattutto lottando per la democrazia all'interno del Partito stesso, che avrebbe dovuto accogliere diverse correnti di pensiero e non essere basato su un centralismo eccessivo come in effetti si dimostrava. La troika (triumvirato) di Stalin, Zinov'ev, Kamenev giudicò Trotsky come uno che non capiva la necessità di un controllo ferreo sul Partito e lo accusarono di essere un "deviazionista". Trotsky e la sua componente vennero così ad essere sempre più emarginati e Stalin riuscì a far prevalere la sua concezione di "socialismo in un solo Paese", che fu in effetti un compromesso con le nazioni capitalistiche, rifiutando così l'Iternazionale e la volontà di estendere il cambiamento agli altri paesi occidentali. Quali erano i punti focali dell'opposizione trotskista? In primis la critica all'autoritarismo all'interno del Partito stesso, le deformazioni burocratiche dell'apparato statale ed il diffondersi di una nuova borghesia causato dall'incontrollata applicazione della N.E.P leniniana; vedeva inoltre nell'appoggio ai tentativi rivoluzionari nei paesi limitrofi l'unico modo per estendere il cambiamento ed impedire la sclerotizzazione del sistema e della società russa. Nel 1925 la troika fece destituire Trotsky dalla carica di commissario della guerra, sbarrando così la strada ad ogni sua pretesa di successione a Lenin. La macchina della censura e dell'oscurantismo politico si mise in moto, così come la falsificazione storica tesa ad estromettere l'operato di Trotsky dalle fasi più importanti della rivoluzione russa e del successivo cambiamento. Zinovev e Kamenev, a questo punto, abbracciarono le idee di Trotsky passando dalla sua parte e contrastando il potere divenuto ormai un vero e proprio culto della personalità di Stalin, sotto la denominazione di "Opposizione Unificata". Il tentativo dell'opposizione di coinvolgere le masse operaie e contadine non ebbe successo, poichè, oltre alla disillusione di cui erano preda, persisteva di fondo la vecchia mentalità feudale e la sostanziale immaturità psicologica. Nel 1928 giunse l'ordine di deportazione da parte di Stalin, che lo fece prelevare per essere confinato presso la cittadina di Alma Ata, nel Turkestan; in questo lungo periodo Trosky scrisse le opere "La rivoluzione permanente", "La mia vita", "Storia della rivoluzione russa". Nel frattempo Stalin varò i piani di collettivizzazione dell'agricoltura e di industrializzazione forzata, nel tentativo di porre la Russia alla pari dell'Europa occidentale, mancando alla prima l'anello fondamentale della transazione borghese. Nel 1929 Trotsky venne definitivamente espulso dalla Russia, imbarcato su una nave ed approdato ad un'isola Turca da dove potè seguire gli avvenimenti che si succedevano in Europa con l'avanzata del nazi-fascismo. A queste preoccupazioni si aggiunse il suicidio della figlia Zanaida, in preda ad una grave depressione. Nel 1933 la Francia gli concesse asilo politico, nonostante l'imposizione di numerose restrizioni; Trotsky dovette, da quel momento, assumere falsa identità per non essere riconosciuto dai sicari di Stalin che gli davano la caccia, ma, quando venne smascherato, dovette lasciare anche la Francia, nella difficoltà di trovare un paese che lo ospitasse. Nel 1935 la Norvegia lo accolse e si stabilì in una località vicino ad Oslo. Qui scrisse "La rivoluzione tradita", libro pluricensurato in Italia tuttora difficilissimo da trovare in libreria; emblematico questo brano dell'opera che sintetizza la situazione e prevede le future conseguenze:

"La caduta della attuale dittatura burocratica, se non verrà sostituita da un nuovo potere socialista, porterà al ritorno alle relazioni capitalistiche con un declino catastrofico dell'industria e della cultura."

Le purghe, i gulag, l'eliminazione fisica dei dissidenti. L'esilio di Trotsky in Messico e la sua uccisione da parte di un sicario di Stalin

Nel 1936 ebbero inizio le famigerate "purghe staliniane", in cui l'estremo arrivismo politico di Stalin si rivelò con la creazione dei gulag e con l'eliminazione fisica dei dissidenti. Il processo di diffamazione nei confronti di Trotsky e dei suoi collaboratori consisteva nella diffusione all'estero della notizia secondo la quale egli avrebbe tramato l'assassinio di Stalin, per cui anche la Norvegia fu allarmata da questo avviso, non gradendo più la sua presenza e confinandolo in una località sperduta in attesa che un'altro paese gli desse ospitalità. L'imbarazzo prodotto da queste false accuse fece sì che nessun paese occidentale accettasse più il suo asilo politico, tranne l'eccezione del Messico, il cui presidente socialista Lazaro Cardenas accettò di ospitarlo. Si stabilì così nei pressi di Città del Messico, a Coyoacàn, ospitato dal pittore Diego Rivera assieme alla moglie. Nel periodo in cui (1938-39) in Russia si verificava un parossismo delle purghe, dei processi e delle esecuzioni, in America il filosofo John Dewey cercò di riabilitare la figura di Trotsky dichiarando infondate le accuse staliniane di terrorismo e, allo stesso tempo, Trotsky si adoperò per la costituzione di una nuova Internazionale, che riunisse nella lotta rivoluzionaria le masse lavoratrici di tutto il mondo. Così la "Quarta Internazionale" venne fondata con l'appoggio di tre movimenti socialisti europei, nel 1938, a Perigny, nei pressi di Parigi, nella casa del trotskista Alfred Rosmer, in condizioni di totale clandestinità, e vi confluirono rappresentanti di 12 paesi: Francia, Gran Bretagna, Germania, Unione Sovietica, Italia, Brasile, Polonia, Belgio, Austria, Paesi Bassi, Grecia, i più numerosi furono quelli provenienti dagli Stati Uniti, con circa 1000 militanti. Dal suo soggiorno in Messico Trotsky riesce a pubblicare e diffondere in U.R.S.S. il suo bollettino di lotta contro la degenerazione stalinista. Gli ultimi anni della sua vita furono molto dolorosi, poichè videro la morte di numerosi suoi figli, fra cui, oltre la figlia suicidatasi precedentemente, il figlio Leon, che morì durante un'operazione di appendicite, ed infine Sergey, il quale, nonostante si fosse sempre tenuto lontano da attività politiche, venne ucciso in Russia perchè si rifiutò di confermare le incriminazioni contro il padre. Sentendosi minacciato dalla lunga ombra di Stalin, si trasferì successivamente in una casa di Avenida Viena, dove subì un tentativo di assassinio da parte di sicari staliniani che mitragliarono l'abitazione nella quale i famigliari riuscirono miracolosamente a salvarsi. Questo attentato fu considerato una farsa allo scopo di guadagnare le simpatie dell'opinione pubblica e mettere in cattiva luce Stalin, anche se gli avvenimenti che seguirono smentirono questa ipotesi. Infatti, poco tempo dopo l'attentato, un agente segreto di Stalin, che per giunta aveva sposato una trotskista, Ramon Mercader del Rio (detto Jacson), riuscì ad introdursi nella casa guadagnandosi con furbizia la fiducia della famiglia; il sicario, mentre Trotsky era intento a revisionare un suo articolo nello studio, estrasse una piccozza dall'impermeabile e lo uccise sfondandogli il cranio. Trasportato in ospedale in condizioni ormai disperate, Trotsky morì il 21 agosto 1940. L'articolo incompiuto abbandonato sulla sua scrivania riguardava la difesa del marxismo dallo scetticismo e dal revisionismo. La sua tomba si trova nel giardino della casa in cui fu assassinato e l'abitazione fu conservata intatta così come l'aveva lasciata.

GLI ULTIMI GIORNI DI LENIN, IL TESTAMENTO POLITICO E LA PRESUNTA SUCCESSIVA FALSIFICAZIONE DI STALIN, CHE NE ELIMINO' I PUNTI PIU' COMPROMETTENTI

Vladimir Ilic Ulianov (Lenin); 1870-1924. Gli ultimi anni di Lenin furono segnati dalla malattia in seguito all'attentato subito nel 1918 da parte della rivoluzionaria Fanni Kaplan; già verso la fine di quell'anno comparsero in lui segni di arteriosclerosi, che poi degenerò fino a portarlo alla morte; progressivamente perse l'uso del braccio e della gamba destra e solo l'anno successivo gli venne estratta una delle pallottole che lo colpirono. La malattia fu un'occasione imperdibile per estrometterlo dall'occupazione politica ed amministrativa, fu così che, nonostante Lenin rimanesse sempre alla carica di Capo di Stato, Stalin, divenendo il nuovo segretario del Partito, gli impedì progressivamente, nonostante non gli mancassero le capacità, di comunicare con qualsiasi membro del Partito. Gli fu permesso solo di inviare alcuni messaggi brevi e lettere dettate da stenografe controllate da Stalin stesso, che filtrava ogni sua corrispondenza. Lenin capiva che da lì a poco sarebbe sopravvenuta la morte e che incombeva la necessità di trovare un'altro leader per l'Unione Sovietica, che ereditasse i suoi ideali di tolleranza, avesse doti d'intelligenza e conoscenze sufficienti  a superare le difficoltà di un cambiamento così vertiginoso nel sistema socio economico e nella mentalità generale. Ed ecco che la Lettera del 24 dicembre 1922 è considerata la prima parte fondamentale del testamento politico di Lenin; egli in questo scritto mette in guardia, per il futuro del Paese, dalla figura di Stalin, che giudica grossolano, intollerante e  sleale. Questi i brani più salienti del Testamento che avrebbe dovuto essere reso pubblico dopo la morte:

"Il compagno Stalin, divenuto segretario generale, ha concentrato nelle sue mani un immenso potere, e io non sono sicuro che egli sappia servirsene sempre con sufficiente prudenza."

Questa l'aggiunta integrata al Testamento nel 1923:

“Stalin è troppo grossolano, e questo difetto, del tutto tollerabile nell'ambiente e nei rapporti tra noi comunisti, diventa intollerabile nella funzione di segretario generale. Perciò propongo ai compagni di pensare alla maniera di togliere Stalin da questo incarico e di designare a questo posto un altro uomo che, a parte tutti gli altri aspetti, si distingua dal compagno Stalin solo per una migliore qualità, quella cioè di essere più tollerante, più leale, più cortese e più riguardoso verso i compagni, meno capriccioso. Questa circostanza può apparire una piccolezza insignificante. Ma io penso che, dal punto di vista dell'impedimento di una scissione e di quanto ho scritto sopra sui rapporti tra Stalin e Trotski, non è una piccolezza, ovvero è una piccolezza che può avere un'importanza decisiva”.

Il 22 dicembre 1922, ovvero due giorni prima della stesura della Lettera testamentaria, Lenim dettò una lettera alla moglie, indirizzata a Trotsky, nella quale si congratulava per aver mantenuto il monopolio dello stato in alcuni campi economici; quando Stalin lo venne a sapere fece una telefonata alla moglie rimproverandola aspramente per aver permesso al marito di sottoporsi a quella fatica. La moglie di Lenin non informa il marito del duro trattamento ricevuto da Stalin, ma il giorno successivo scrisse una lettera a Kamenev (vice presidente del Consiglio dei Ministri) comunicandogli quanto segue:

 “Stalin s' è permesso ieri un attacco assai rozzo nei miei riguardi, sotto il pretesto che avevo autorizzato Ilich a dettarmi una breve lettera - ciò che io ho fatto col consenso dei medici. Non è da oggi che sono membra del partito, ma in trent’ anni non avevo mai sentito nulla di simile. Gli interessi del partito e dello stesso Ilich mi stanno a cuore tanto quanto a Stalin. So bene ciò di cui si può o non si può parlare con Ilich, poiché so che cosa lo preoccupa, lo so meglio di qualunque medico, in tutti i casi meglio di Stalin... Non sono di marmo e i miei nervi sono al limite”.

Pochi mesi dopo, nel marzo 1923, Lenin viene a conoscenza del trattamento ricevuto dalla moglie e queste sono le parole di sdegno che scrisse a Stalin:

 "Al compagno Stalin
Copie ai compagni Kamenev e Zinoviev

Caro compagno Stalin: sei stato molto insolente ad esigere mia moglie al telefono e usare un linguaggio così grossolano. Sebbene lei ti avesse detto di essere pronta a dimenticare l'accaduto, non di meno ciò è venuto a conoscenza, per suo tramite, ai compagni Zinoviev e Kamenev. Io non intendo dimenticare così facilmente ciò che è stato fatto contro di me perché non è necessario dire che ciò che è stato fatto contro mia moglie lo considero fatto contro di me. Per questo ti chiedo di riflettere bene e se sei pronto a ritirare quello che hai detto, a fare le tue scuse, oppure, se preferisci, a considerare interrotti i nostri rapporti. Con rispetto, Lenin”

Stalin ottenne il potere con l'inganno e contro la volontà dei veri fautori del socialismo; era, si può ammettere, un relitto della vecchia mentalità feudale, traslata in quello che sarebbe dovuto essere un nuovo ordine sociale o, meglio, un ritorno alle origini naturali della convivenza umana.

Il problema dell'autenticità del Testamento e la manipolazione di stalin

La "Lettera testamentaria" fu dettata da Lenin alla sua stenografa a partire dal 1922 al 1923, essendo egli impossibilitato a scrivere a causa delle condizioni in cui versava. La data del 1923 è quella relativa all'aggiunta in cui si tiene Stalin inadatto a ricoprire la carica di successore. Lo studioso Luciano Canfora, nel suo libro "La storia falsa" del 2008, ha avvalorato l'ipotesi che il Testamento di Lenin in realtà non fosse del tutto autentico, ma manipolato sapientemente e minuziosamente dallo stesso Stalin prima della sua pubblicazione. Canfora esamina minuziosamente alcune minime incongruenze stilistiche, datazioni non cronologicamente corrispondenti ed altri particolari che sfuggono ad un'osservatore che non approfondisca la questione. Non è difficile notare come le considerazioni di Lenin su Stalin nel documento siano basate quasi esclusivamente sui tratti caratteriali del personaggio, mentre, stranamente, Trotsky viene criticato politicamente e giudicato un "non-bolscevico-iniziale"; pare strano che colui che si contrappose più agli antipodi delle posizioni e della mentalità leninista sia trattato con meno fermezza dell'altro, quasi paternamente. Saranno proprio queste critiche a Trotsky nella lettera testamentaria a d essere strumentalizzate da Stalin ai fini del proprio potere. Luciano Canfora fa una deduzione che a chiunque potrebbe venire in mente, affermando che "Lenin non vuole Stalin e al tempo stesso squalifica gli altri possibili eredi. È questa la maniera di far testamento?". Canfora ritiene il documento falsato da Stalin allo scopo di occultare le autentiche volontà di Lenin riguardo il futuro dell'URSS. La manipolazione testuale del testamento permise a Stalin di occultare la reale rottura che ci fu fra lui e Lenin e Canfora avverte in quella manipolazione proprio il modello imperiale bizantino della cultura ecclesiale (riferendosi al falso documento medievale della "Donazione di Costantino"), che gli permise di dare l'apparenza di una continuità con il modello del predecessore. Il suo Testamento Lenin lo aveva dettato a più riprese, dal 1922 al 1923 ed esprimeva l'esplicita volontà di togliere Stalin dall'incarico di Segretario Generale del Partito. Ma lo scritto non verrà subito reso pubblico, ovvero letto durante il successivo XII Congresso, ma passerà più di un anno prima che fosse divulgato, addirittura a porte chiuse, durante il XIII Congresso, nel 1924. Luciano Canfora, attraverso dettagliate analisi testuali e cronologiche, ritiene che il documento, da Lenin all'inizio affidato alla moglie e, mediante lei, al Comitato Centrale del PCUS, fosse stato intercettato da Stalin che lo bruciò, facendone fare una copia da sua moglie (di Stalin); Canfora afferma che la manipolazione avvenne prima che venissero fatte le 5 copie ufficiali dello scritto. Fu dunque il Testamento epurato da ogni giudizio troppo compromettente su Stalin e da ogni espressione d'intesa con Trotsky. Stalin non poteva sfuggire alla pubblicazione del documento, di cui tutti erano a conoscenza, doveva per forza presentarlo al Partito, ma, leggendo i testi di Trotsky si viene a conoscenza di come questa fosse una pratica abituale del personaggio, che falsificò anche particolari di lettere di Lenin indirizzate a Trotsky, che venivano obbligatoriamente presentate al Congresso.

Pertanto è doveroso riportare un brano di Trotsky tratto dall'articolo "A proposito del libro di Eastman" – Dopo la morte di Lenin, Bolscevik, n. 16, 1° settembre 1925:

"Vladimir Ilic non ha lasciato nessun "testamento", e lo stesso carattere dei suoi rapporti col partito, come il carattere del partito stesso, escludevano la possibilità di un tale "testamento". La stampa dell'emigrazione, la stampa estera borghese e quella menscevica di solito ricordano come "testamento" una lettera di Vladimir Ilic (tanto alterata da essere irriconoscibile) contenente consigli di carattere organizzativo. Il XIII Congresso ha esaminato con grande attenzione anche questa lettera, come tutte le altre, e ne ha tratto le conclusioni conformi alle condizioni e alle circostanze del momento. Qualsiasi chiacchiera sull'occultamento o sulla violazione del "testamento" è una maligna invenzione ed è interamente diretta contro l'effettiva volontà di Vladimir Ilic e gli interessi del partito da lui creato".

LE RADICI DEL TOTALITARISMO STALINISTA

La formazione ideologica nel seminario di Tiflin

Il suo vero nome era Iosif Vissarionovic Dzugasvili; il falso nome "Stalin" significava "uomo d'acciaio". Nacque nel 1878 e morì nel 1953, per cause ancora misteriose, a Mosca. Per riuscire ad inquadrare la personalità e la mentalità autoritaristica di Stalin, basta fare un salto nel suo passato, agli anni della formazione e a quelli che furono i suoi primi indirizzi. Il libro dell'odierno biografo e storico inglese Simon Sebag Montefiore (Il giovane Stalin) svela l'origine ideologica della mentalità autoritaria di Stalin, attraverso l'analisi dell'esperienza da lui avuta in età giovanile presso il seminario ortodosso di Tiflin. Infatti non si può certo affermare (a meno da non voler essere disonesti) che la personalità crudele e totalitaria di Stalin affondi le radici nell'ideologia comunista la quale, se considerata nella sua vera essenza, si pone esattamente all'opposto di tutto ciò che può essere dispotico, ma ogni degenerazione successiva al cambiamento socialista si radica invece negli strascichi feudali, di matrice soprattutto religiosa, del regime precedente: questo è successo in Russia come nei paesi dell'Est europeo, nei quali non ebbe luogo una graduale evoluzione sociale, ma un cambiamento drastico e traumatico senza alcuna radice nella coscienza collettiva, che inevitabilmente sfociò nelle dittature che ben conosciamo. Il presidente americano Roosevelt nel 1943 "si mostrò molto incuriosito del fatto che Stalin fosse stato indirizzato al sacerdozio" (così si legge in un appunto di una conferenza tenutasi in quell'anno) e, durante la stessa conferenza, Roosevelt affermò anche: "Non credete che questa sua formazione abbia avuto una certa importanza?". Stalin, in un'intervista del 1931 allo scrittore tedesco Emil Ludwig, disse "Sono diventato socialista in seminario... perchè il tipo di disciplina che vi regnava mi faceva uscire dai gangheri. Quel seminario era un nido di spionaggio e di cavillosità. Alle nove del mattino ci riunivano per il tè e quando ritornavamo nei dormitori scoprivamo che tutti i cassetti e tutti gli effetti personali erano stati visitati...e come frugavano quotidianamente nelle nostre carte, così frugavano tutti i giorni anche nelle nostre anime". Fu egli stesso ad ammettere come gli anni passati in quel seminario determinarono il suo carattere e la personalità, ma non certo come ribelle al sistema, ma come elemento stesso del sistema feudale ed assolutistico precedente, ereditato e mai superato dalla società russa ancora formata da masse contadine totalmente incoscienti e guidate dalle elite intellettuali rivoluzionarie che facevano ogni sforzo per coinvolgerle ideologicamente. Furono proprio i metodi ed il sistema di controllo religioso adottato in seminario dai preti ortodossi ad insegnare a Stalin l'uso dello stesso sistema nell'ambito politico e sociale post-rivoluzionario, creando in questo modo una continuità con il regime precedente e la sua mentalità assolutistica, diamentralmente opposta all'ideaologia socialista di Marx e Lenin.

L'antisemitismo

 E'inutile aggiungere  che l'antisemitismo di Stalin venne anch'esso assimilato negli anni del seminario: luogo in cui questo elemento veniva coltivato nelle giovani menti in modo estremamente virulento; infatti nella Russia zarista e fondamentalmente religiosa erano frequenti i "pogrom" (spedizioni contro le comunità ebraiche organizzate dai preti durante le quali venivano bruciate case e sinagoghe). Il modo migliore per creare compattezza in una nazione e soggiogare la popolazione alla propria volontà è quello di creare un nemico comune e gli ebrei furono sempre l'obiettivo ideale di aspiranti dittatori (come vediamo anche oggi in seguito alla crisi) e dittatori affermati per aumentare il loro potere. La morte del despota russo il 5 marzo 1953, evitò un'olocausto che si stava preparando proprio in quel periodo e che già ebbe inizio da un mese, fino alla notizia del decesso di Stalin, che interruppe questo processo. Ovviamente Stalin non era un'intellettuale e un uomo di cultura, perciò la sua rozzezza mentale gli mpedì l'affrancamento dalle convinzioni metabolizzate in età giovanile; peraltro nemmeno le più grandi menti del passato poterono mai essere totalmente libere dagli influssi dell'educazione e della mentalità della loro epoca. Stalin infatti strumentalizzò in modo efferato l'antisemitismo di fondo della mentalità religiosa russa per la sua guerra contro gli oppositori all'interno del Partito comunista stesso; non dimentichiamo che la maggior parte delle vittime delle purghe e dei crimini furono proprio i comunisti che volevano difendere gli ideali marxisti dalla degenerazione stalinista. In particolare la nuova classe privilegiata dei burocrati, per poter superare l'odio delle masse, faceva uso dei più bassi istinti e superstizioni feudali radicate in generazioni cresciute in epoca zarista. Questo un brano dall'opera "Termidoro e antisemitismo" di Trotsky:

"La burocrazia privilegiata, paurosa di perdere i suoi stessi privilegi, e conseguentemente completamente demoralizzata, rappresenta allo stato attuale lo strato più antisocialista ed antidemocratico della società sovietica. Nella lotta per la propria auto-conservazione essa sfrutta i pregiudizi più radicati e gli istinti più arretrati... Sotto la direzione di Stalin, Uglanov a Mosca e Kirov a Leningrado hanno portato avanti sistematicamente e quasi completamente allo scoperto questa linea. In modo da dimostrare più nettamente agli operai le differenze tra il "vecchio" corso ed il "nuovo", gli ebrei, anche quando incondizionatamente devoti alla linea generale, furono rimossi dai posti di responsabilità che ricoprivano all'interno del partito e dei Soviet... Nei mesi della preparazione dell'espulsione dell'Opposizione, degli arresti, degli esili (avvenuti nella seconda metà del 1927), l'agitazione antisemita assunse un carattere completamente sfrenato. Lo slogan, "Battere l'Opposizione", spesso ha preso l'aspetto del vecchio slogan "Battere gli ebrei e salvare la Russia". La faccenda andò così lontano da costringere Stalin a pubblicare una dichiarazione scritta che affermava: "Noi lottiamo contro Trotsky, Zinov'ev e Kamenev non perché essi sono ebrei ma perché sono Oppositori", ecc. Ad ogni persona politicamente pensante fu completamente chiaro che questa dichiarazione volontariamente equivoca, diretta contro gli "eccessi" di antisemitismo, allo stesso tempo nutriva con completa premeditazione questo sentimento. "Non scordate che i leader dell'Opposizione sono - ebrei". Questo fu il significato della dichiarazione di Stalin, pubblicata in tutti i giornali sovietici... Lo sterminio fisico della vecchia generazione bolscevica è, per qualsiasi individuo pensante, un'incontrovertibile espressione della reazione termidoriana, e nel suo stadio più avanzato. La storia non ha mai visto alcun esempio in cui la reazione che ha seguito l'ondata rivoluzionaria non sia stata accompagnata dalle più sfrenate passioni scioviniste, antisemite su tutte."

Stalin spia zarista?

Nel 1988 un organo di stampa del Partito Comunista Sovietico diramò l'informazione secondo la quale Stalin, ai tempi della rivoluzione, sarebbe stato un'informatore della polizia segreta zarista. In seguito alla Perestrojka di Gorbaciov certe notizie poterono essere svelate, anche se con un margine di dubbio, ma provenienti da fonti attendibili poichè si trattava della testimonianza di un vecchio bolscevico: un certo Borisov (sul relativo articolo della Repubblica è riportato solo il cognome). Egli affermò di aver conosciuto Stalin in esilio a Kureika, nella Russia siberiana nordoccidentale, in una località lontana più di 500 km. da ogni centro abitato; dal suo arrivo iniziarono a verificarsi arresti troppo frequenti fra i suoi compagni perchè non nascessero sospetti su di lui e, per questo, tutti i bolscevichi esiliati della zona decisero di fare una riunione per l'identificazione della spia, ma Stalin  non si presentò, poichè era evaso il giorno prima: cosa impossibile da attuarsi senza l'aiuto delle autorità, vista la rigidità del clima e l'isolamento della zona. A quei tempi era frequente l'infiltrazione di agenti zaristi fra i bolscevichi e alcuni di questi erano proprio quelli che godevano della massima fiducia di Lenin stesso.

Rapporti di Stalin con l'Italia fascista

Ambigui furono anche i rapporti che si instaurarono fra l'Italia fascista e l'URSS di Stalin  negli anni '20. I comunisti fuggiti in Russia in quel periodo, dalla loro corrispondenza, erano molto critici nei confronti del regime stalinista. Infatti il regime fascista nutriva una certa simpatia nei confronti di Stalin, soprattutto parteggiava per lui nella sua guerra contro Trotsky. L'inviato del Corriere della Sera dal 1926 al'29, Salvatore Aponte, ci tenne a chiarire l'origine ebraica di Trotsky e come, invece, nella schiera di Stalin non ci fossero ebrei e di come Stalin fosse considerato "colui che seppellisce l'estremismo comunista del '17".

LE MIE RIFLESSIONI DAL LIBRO DI TROTSKY, CAPITOLO 5° DELLE OPERE sCELTE: "LA LOTTA ALLO STALINISMO, 1924-'35"

Le opere di Trotsky furono per molto tempo oggetto di censura in Italia. Queste le parole del curatore del libro di Trotsky, Piero Neri, nella prefazione: "Il fatto che in Italia un marxista della levatura di Rakovskij sia sconosciuto, che Trotsky sia stato per lungo tempo censurato e calunniato è proprio il segno di un lungo periodo dominato dalla falsificazione storica stalinista e post-stalinista. Ma è anche prodotto dell'egemonia culturale del togliattismo italiano, delle articolate falsificazioni e del provincialismo che questo ha diffuso nella sinistra e nel movimento operaio...Molte opere fondamentali hanno atteso decenni per essere pubblicate in Italia o non lo sono mai state...Tra questi, vale la pena di segnalare il destino di un'opera come "La lettera all'Istituto di storia del Partito"...La sua pubblicazione avrebbe addossato alla sinistra ufficiale alcune delle responsabilità - politiche, culturali, addirittura editoriali - accumulate durante i decenni della falsificazione". Ricordiamo che Christian Georgievic Rakovskij (1873-1941), citato sopra da Piero Neri, di nazionalità rumena, fu uno dei più importanti oppositori a Stalin fra le file di Trotsky, delegato dei socialisti bulgari al congresso della seconda Internazionale nel 1893; fu collaboratore di Trotsky per La Pravda; si allea ai bolscevichi dopo il 1917 e si scontra con stalin al XII congresso. Venne infine deportato, detenuto, già malato, in condizioni disumane e fucilato nel 1941 per ordine di Stalin che, non ancora soddisfatto, ne fa sezionare il corpo e disperderne i pezzi. Le opere di Rakovskij sono moltissime; ecco le più importanti: "La Russia in Oriente", "Metternich e la sua epoca", "La Romania e i boiardi", "Lettera a Valentinov", "I pericoli professionali del potere","dichiarazione dell'Opposizione al XV Congresso", "Vita di Saint Simon", le "Memorie", "Storia della guerra civile in Ucraina".

Si possono considerare le condizioni della Russia del 1917 simili a quelle della Francia del 1789, in effetti mature per una rivoluzione di stampo borghese piuttosto che comunista, in quanto in entrambi i paesi, sebbene quasi un secolo e mezzo separi i due avvenimenti, vigeva  ancora un regime semi-feudale, la classe operaia (ovvero l'elemento trainante degli ideali marxisti) era ancora in embrione e la popolazione era costituita da masse contadine ben poco propense alla collettivizzazione, quanto piuttosto all'arricchimento personale allorchè le terre fossero distribuite a chi le lavorava. In effetti il percorso di collettivizzazione e cambiamento doveva essere intrapreso dalla classe operaia, non avendo quest'ultima, a differenza della massa rurale, alcun interesse personale proveniente dalla capitolazione della borghesia capitalistica, mentre il contadino liberato dalla servitù fondiaria poteva contare su un appezzamento di sua proprietà con il quale avrebbe potuto arricchirsi a svantaggio della comunità. In Russia questo, nel periodo post-rivoluzionario in cui la riforma economica della NEP di Lenin giocò un ruolo fondamentale, significò la nascita di una classe privilegiata di contadini ricchi chiamati "Kulaki", che furono per un certo periodo favoriti dalla riforma, a carattere temporaneo, che favoriva l'accumulo di capitali,  nella speranza che quest'ultimi sarebbero stati poi dirottati verso lo sviluppo industriale. La gran massa dei contadini poveri, invece, faceva molta fatica ad essere attratta nella sfera e nell'attivismo del Partito, ancor meno ad essere coinvolta nell'applicazione degli ideali marxisti, essendo sottoculturata e dominata da una miseria che non lasciava spazio ad altre preoccupazioni che non fossero la sopravvivenza e la necessità di cavarsela in qualche modo. La classe operaia era circoscritta alle grandi città presso le quali si trovavano le prime fabbriche sorte in Russia, ma non costituiva una massa numerosa come quella dei paesi dell'Europa occidentale, già da tempo industrializzati. Tranne questo, a parte i numerosi esempi di operai fondatori del movimento bolscevico assieme a Lenin, quindi coscienti della propria epoca, anche la classe operaia subiva gli strascichi di un lungo oscurantismo feudale e in gran misura fu "accompagnata" alla rivoluzione dall'elite intellettuale. In questo modo, subito dopo la presa del potere del Partito Comunista, ebbero già inizio i primi segnali di degenerazione.

1) TROTSKY CONTRO LA BUROCRATIZZAZIONE E PER LA DEMOCRAZIA DI PARTITO

E' superfluo ribadire che la lotta di Stalin contro Trotsky fu appoggiata da tutte le potenze capitaliste occidentali, finanche dal regime fascista di Mussolini, poichè le vittime dei gulag e delle purghe non furono certo gli aspiranti restauratori del regime zarista, nemmeno ambiziosi accumulatori di capitali appartenenti alla nuova borghesia, ma furono in maggior parte i comunisti oppositori al totalitarismo crescente che difendevano le vere idee marxiste, che sono acerrime nemiche di ogni imposizione. Hitler addirittura lo invidiava e ne copiava i metodi di manipolazione mentale e controllo altrui. La stampa americana auspicava la capitolazione di Trotsky ed egli stesso, nel suo scritto "I metodi di direzione" del 2 giugno 1928, riporta un brano del periodico "The Nation" con sede a Washington, il quale, come da propaganda stalinista, capovolge completamente la realtà:

"Quest'azione pone la domanda: chi rappresenta la continuazione del programma bolscevico in Russia e chi la reazione inevitabile contro di esso? E' sembrato ai lettori americani che Lenin e Trotsky rappresentassero la stessa cosa e la stampa conservatrice e gli statisti sono giunti alla stessa conclusione. E' così che il New York Times ha trovato come principale argomento di giubileo per l'anno nuovo l'eliminazione riuscita di Trotsky dal partito comunista, dichiarando senza tanti ambagi che l'Opposizione espulsa era per la perpetuazione delle idee e condizioni che hanno escluso la Russia dalla civiltà occidentale. La maggior parte dei grandi giornali europei scrivono nello stesso senso. Si dice che Auste Chamberlain, durante la Conferenza di Ginevra, avrebbe affermato che la Gran Bretagna non poteva entrare in negoziati con la Russia per la semplice ragione che Trotsky non era ancora stato messo al muro. Deve essere contentissimo dell'esilio di Trotsky. In ogni caso, i portavoce della reazione in Europa sono unanimi nel pensare che sia Trotsky e non Stalin il loro principale nemico comunista...Non c'è dubbio che la tendenza di Stalin ad allontanarsi dal programma bolscevico rigoroso debba essere difesa come una concessione alla volontà della maggioranza del popolo".

Affermazioni queste qui sopra di The Nation che attengono perfettamente alla tattica del capovolgimento della realtà adottata da Stalin contro Trotsky: praticamente Stalin addossava intenzionalmente all'Opposizione trotskista le proprie deviazioni e le proprie degenerazioni, accusando Trotsky (paradossalmente) di essere nemico delle idee di Lenin e di volerne ostacolare l'applicazione! Quando Trotsky teneva un discorso al Congresso, il senso delle sue affermazioni veniva rovesciato; le stesse lettere di Lenin, lette pubblicamente al Congresso, venivano manomesse allo scopo di mettere in cattiva luce l'Opposizione comunista. Aggiungiamo il fatto che Stalin giunse ad un compromesso con i paesi capitalisti adottando l'idea della "rivoluzione in un paese solo", pacificandosi così con l'Europa e l'America e snaturando il suo pseudo-comunismo del suo senso più profondo, che è l'internazionalizzazione. Per questo Trotsky auspicava la nascita della IV internazionale.

"Alla conquista del potere è seguita una rapida, addirittura anormale, crescita del Partito. Come un potente magnete il Partito ha attratto non solo lavoratori poco coscienti, ma anche certi elementi completamente alieni al suo spirito: funzionari, carrieristi e parassiti politici. In questo periodo caotico, è riuscito a preservare la sua natura bolscevica solo grazie alla dittatura interna della vecchia guardia, provatasi nell'Ottobre...Senza la nostra modesta esperienza, di cui le sfere dirigenti non devono semplicemente prendere nota, ma che dobbiamo noi stessi mettere a disposizione del Partito, l'apparato dirigente del Partito cresce in modo burocratico e noi, la base comunista, non ci sentiamo sufficientemente armati ideologicamente nei confronti della gente esterna al Partito".

Ma la burocratizzazione era anche dovuta al sempre crescente dogmatismo interno al Partito, a causa della morsa in cui veniva tenuto dalla vecchia generazione bolscevica, incapace di adeguarsi al nuovo corso e al cambiamento dei tempi e delle necessità. Nei primi tempi l'esperienza delle vecchie generazioni fu indispensabile alla soluzione della complicata situazione post-rivoluzionaria, ma il fatto che ad esse fossero riservati i posti più rilevanti generò senza dubbio una cristallizzazione e una chiusura all'evoluzione della mentalità e dei progetti, del tutto estranea all'ideologia marxista, nemica di ogni tradizione e pedanteria. Questo infatti il pensiero di Trotsky e l'essenza del marxismo leninista:

"Il leninismo significa vera libertà dai pregiudizi formalistici, dal dottrinalismo moraleggiante, da ogni forma di conservatorismo intellettuale che tenti di soffocare la volontà di azione rivoluzionaria...Non c'è nulla di più estraneo al leninismo che l'arroganza dei funzionari ed il cinismo burocratico...Il leninismo è ortodosso, ostinato ed irriducibile, ma senza neanche un pizzico di formalismo, dogmatismo o burocratismo...Voler fare delle tradizioni leniniste una garanzia dogmatica dell'infallibilità di tutte le parole e di tutti i pensieri degli interpreti di queste tradizioni, significa farsi beffe dell'autentica trdizione rivoluzionaria e trasformarla in burocratismo ufficiale".

Il burocratismo è generalmente dovuto ad un basso livello d'istruzione della popolazione ed alla conseguente delega delle decisioni e delle responsabilità ad una classe dirigente che, in regime capitalistico è strumento della borghesia che detiene i mezzi di produzione, nel nuovo sistema socialista più assumere le caratteristiche di parassitismo sociale, in quanto la burocrazia, come strumento dello stato, può erigersi a casta dominante estranea alla natura del partito comunista e della classe lavoratrice, arricchendosi alle sue spalle ed opprimendola. E', di conseguenza, ovvio che la burocrazia sovietica abbia rispecchiato in sè la mentalità e l'arretratezza del precedente regime zarista, adottandone l'autoritarismo e la tirannia. Ma leggiamo le parole di Trotsky nel capitolo "Lettera all'Ufficio politico" sull'essenza della democrazia di partito:

"L'ulteriore sviluppo del regime burocratico conduce fatalmente verso il dominio di un solo uomo, insieme ad una riduzione egualmente fatale nella qualità ideologica della direzione. La democratizzazione del regime di partito non solo permette, ma richiede il ristabilimento della direzione collettiva ad un più alto livello politico e culturale".

Al capitolo V intitolato "I Soviet", Trotsky scrive:

"In ogni stato borghese, a prescindere dalla sua forma, l'apparato burocratico sta al di sopra della popolazione, tenendo tutti i suoi componenti attraverso il sistema di protezione mutua tipica di tutte le caste dominanti e promuovendo sistematicamente fra i lavoratori la paura e la sottomissione verso i governanti. La Rivoluzione d'Ottobre, sostituendo alla struttura del vecchio stato o Soviet degli operai, dei contadini e dei soldati, inferse il colpo più pesante nella storia al vecchio idolo dello stato burocratico. Il programma del nostro Partito dice in tal proposito:

Il Partito Comunista russo, combattendo con decisione il burocratismo, lotta per le seguenti misure al fine di sconfiggere completamente questo male:
1: Il coinvolgimento obbligatorio di ogni membro di un soviet in un compito particolare di amministarzione dello stato;
2: la rotazione regolare di questi compiti, in modo che tutti i settori dell'amministrazione siano possibilmente ricoperti;
3: un coinvolgimento graduale dell'intera popolazione lavoratrice, senza eccezione, nell'amministrazione dello stato.
L'eliminazione dello Stato risulterà dalla realizzazione completa e risoluta di tutte queste misure, che rappresentano un ulteriore passo sulla strada aperta dalla Comune di Parigi, e da una semplificazione di tutte le funzioni amministrative, combinata ad un innalzamento del livello culturale di tutti i lavoratori".

E' infatti l'estinzione, per superfluità, dello Stato stesso l'obiettivo ultimo del comunismo, dopo il superamento della fase socialista consistente, appunto, in una fase transitoria in cui l'apparato statale dovrebbe fungere da ponte al completo affrancamento da ogni vertice ed autorità, adottando a caposaldo sociale proprio il raggiungimento di un alto livello culturale generale dal quale scaturisce una consapevolezza collettiva in grado di creare l'equilibrio ed il controllo necessario al di là di ogni coercizione. Per ottenere questo è urgente superare ogni tipo di nazionalismo ed estendere le conquiste a livello mondiale, creando un nuovo ordine globale. Ma ieri come oggi questo obiettivo, nobilissimo, si presenta come una prospettiva molto lontana nel tempo, forse sarà questione ancora non di decenni, ma di secoli, progressivamente, poichè un dato livello di consapevolezza non può essere raggiunto, a mio parere, separatamente dal crollo naturale del capitalismo come sistema basato proprio sull'assenza di un limite all'accumulo di ricchezza da parte di pochi, sulla cecità nei confronti del bene collettivo e, quindi, della salute del pianeta stesso, sulla corsa inevitabile verso un'implosione di questo sistema assurdo e febbrile ma che, più probabilmente, non avverrà ad opera di una rivoluzione, con tutte le problematiche organizzative che ne conseguono, ma per un suo superamento progressivo e necessario, pena la stessa sopravvivenza del genere umano e del pianeta. Le rivoluzioni violente sono eventi solitamente guidati da elite intellettuali che sperano idealisticamente di poter coinvolgere le masse nei propri obiettivi, per questo, non avendo poi un appoggio nella consapevolezza delle masse, il periodo post-rivoluzionario cade inevitabilmente nelle spire burocratiche. Ecco la situazione del Partito in Russia come la descrive Trotsky nel capitolo VII "Il Partito":

"Le direzioni dei comitati regionali, dei comitati esecutivi regionali, i consigli sindacali regionali, ecc..., sono in realtà irremovibili(per periodi che vanno da tre a cinque anni e oltre). Il diritto di ogni militante del Partito, di ogni gruppo di militanti, di esporre le sue differenze di fondo di fronte a tutto il Partito è di fatto annullato. Congressi e conferenze sono convocate senza una previa discussione libera (come invece avveniva sempre sotto Lenin) di tutte le questioni nell'insieme del Partito. La richiesta di una tale discussione viene accolta come una violazione della disciplina del Partito. Vengono completamente dimenticate le parole di Lenin secondo il quale lo stato maggiore bolscevico potrà veramente contare sulla buona e cosciente volontà di un esercito che segua il proprio stato maggiore e in pari tempo lo indirizzi".

"La liquidazione della democrazia interna poprta alla liquidazione della democrazia proletaria in generale, nei sindacati e in tutte le altre organizzazioni di massa non affiliate al Partito".

Le parole di Lenin: "Chi crede sulla parola è un inguaribile idiota", Trotsky afferma essere state sostituite da un'altra formula: "Chi non crede alla versione ufficiale è un oppositore".

"Gli operai che simpatizzano con l'Opposizione (trotskysta) sono costretti a pagare le loro opinioni con la disoccupazione. I militanti di base del Partito non possono esporre apertamente le loro posizioni. Vecchi militanti del Partito sono privati del diritto di esprimersi sia nella stampa che nelle riunioni".

Questa dunque la situazione in seguito alla presa di potere da parte di Stalin. Su come la natura fondamentalmente mediocre dei burocrati (che non  appartenevano alla crema intellettuale degli ideologi della rivoluzione, ma erano costituiti da carrieristi e gente di poca levatura) abbia ereditato le caratteristiche gerarchiche del precedente regime. L'idolatria del "capo", infatti, era elemento prettamente burocratico e rispecchiava "il capo" della gerarchia capitalistica industriale e "il capo"  inteso come vertice della gerarchia feudale zarista. Il culto della personalità di Stalin affondava le radici in questa mentalità riverente e servilistica. Sempre al cap.VII "Il Partito", così Trotsky:

"Sul piano organizzativo, la sottomissione attuale dell'Ufficio politico alla Segreteria e al Segretario Generale è un fatto compiuto da tempo. Ciò ha giustificato il più grande timore espresso da Lenin nel suo Testamento: il timore che Stalin non sia sufficientemente leale, non utilizzi conformemente alla consuetudine del Partito il potere illimitato  che aveva concentrato fra le sue mani".

"Non sono stati soltanto il carrierismo, il burocratismo e l'ineguaglianza  ad essere cresciuti nel Partito, ma sono anche affluite al suo interno correnti torbide provenienti da fonti aliene ed ostili alla classe, come l'antisemitismo, per esempio. La salvaguardia stessa del Partito dipende  da una lotta impietosa contro tale inquinamento".

Da queste parole si capisce come i burocrati si fossero organizzati in una vera e propria casta, eliminando ogni concetto più elementare di democrazia, discussione e perseguitando l'opposizione comunista fino ai limiti estremi dell'eccidio, decretando in questo modo la fine del percorso marxista dopo la morte di Lenin.

2) LA FALSIFICAZIONE STORICA STALINISTA

La propaganda stalinista contro l'Opposizione guidata da Trotsky adottava abitualmente, come abbiamo descritto sopra, i metodi del capovolgimento totale della realtà, addossando all'avversario i propri difetti e le proprie cattive intenzioni, accusando proprio coloro che erano i veri difensori del marxismo leninista di tradire le idee di Lenin e di essere addirittura dei controrivoluzionari, come si legge nel testo di Trotsky al capitolo XI "Problemi reali e problemi immaginari in discussione":

"...la deviazione piccoloborghese che attualmente esiste all'interno del nostro stesso partito, non può combattere le nostre posizioni leniniste se non attribuendoci cose che non abbiamo mai pensato o detto. Il gruppo di Stalin sa perfettamente che una grande maggioranza dei militanti del Partito ci appoggerebbe se avessimo la possibilità di difendere le nostre autentiche posizioni, in una discussione anche solo somigliante ad un libero dibattito".

Stalin aveva impedito l'accesso alla stampa del Partito da parte dell'Opposizione, così che non potesse difendersi dalle accuse. Uno degli argomenti preponderanti negli obiettivi della falsificazione era proprio l'internazionalizzazione del comunismo, che non avrebbe dovuto limitarsi ad essere circoscritto ad un paese solo, per di più arretrato come la Russia, pena il suo decadimento. La volontà di Trotsky di costituire una IV Internazionale era basata su questo: se il cambiamento sociale russo non si fosse unito al cambiamento in tutti gli altri paesi più avanzati d'Europa, che avrebbero avuto funzione di traino, sarebbe stato destinato alla cristallizzazione e all'isolamento, che lo avrebbe portato alla fine, come poi accadde, poichè  la spinta allo sviluppo della Russia avrebbe potuto venire solo da paesi già sviluppati che collaborassero seguendo gli stessi obiettivi. Stalin istituì l'idea del "socialismo in un paese solo", accontentando così le potenze capitaliste e giungendo ad un compromesso con quest'ultime. In questo modo la volontà di Trosky e dell'Internazionale venne interpretata dal regime come una mancanza di fiducia nelle capacità della Russia e del socialismo stesso. Ogni accusa di deviazione dagli obiettivi leninisti che Trotsky avanzava al Partito, veniva interpretata come un'offesa e un'avversione al Partito stesso. Quando l'Opposizione metteva in evidenza la sempre crescente influenza dei contadini ricchi (kulaki) nelle questioni politiche, il gruppo di Stalin l'accusava di essere nemica dei contadini. L'Opposizione denunciava soprattutto il continuo accumulo di capitale privato, seguito alla NEP (Novaja Ekonomiceskaja Politika) istituita da Lenin che però doveva avere solo un carattere temporaneo, per risollevare l'economia e la spinta all'industralizzazione del periodo post-rivoluzionario, ma protratta da Stalin fino al punto da creare una nuova classe piccolo-borghese che avrebbe dominato anche politicamente al posto delle classi lavoratrici. La Pravda (fondata da Trotsky ma ormai controllata da Stalin) negava perfino l'appoggio al regime stalinista di tutti i mezzi d'informazione dei paesi capitalisti, capovolgendo la realtà  ed affermando il contrario, che cioè i paesi capitalisti avrebbero appoggiato Trotsky e che lui era un loro infiltrato. Ogni critica al Partito veniva liquidata con l'accusa di "frazionismo" e di voler creare divisioni e zizzanie interne. Leggiamo le parole di Trotsky al capitolo "I metodi di direzione", lettera scritta il 2 giugno 1928 dall'esilio di Alma Ata:

"D'altra parte, sotto la dittatura proletaria, nella quale, come già si è detto, un potere di un'ampiezza senza precedenti è concentrato tra le mani della direzione, ossia la fascia superiore, la violazione di questo spirito di democrazia diventa un male molto serio e pesante. Lenin ci ha messi in guardia contro il fatto che il nostro Stato operaio era stato infettato da deformazioni burocratiche. Il pericolo che il Partito ne sia infestato ha ossessionato le sue riflessioni fino all'ultimo periodo della sua vita. Aveva l'abitudine di parlare spesso del tipo di relazioni che la direzione avrebbe dovuto avere con i sindacati in generale (ingranaggi, cinghie di trasmissione). Ci basterà ricordare le sue proteste indignate contro certe manifestazioni di violenza ( i pugni, ecc...) e contro gli errori individuali che, considerati superficialmente, sono insignificanti...E' esattamente così che bisogna capire la sua calorosa difesa della cultura, la lotta contro la morale asiatica, e infine le intenzioni che aveva nel creare la commissione centrale di controllo."

E continua citando le parole del compagno Rakovskij:

"Quando era vivo Lenin - prosegue il compagno Rakovskij - l'apparato del Partito non aveva un decimo del potere di cui dispone oggi (la sua crescita è stata enorme) e perciò tutto quello che Lenin temeva così tanto  è diventato decine di volte più pericoloso. L'apparato del Partito è stato contaminato dalle deformazioni burocratiche dell'apparato dello stato e da tutte le deformazioni generate dalla falsa democrazia parlamentare borghese. Ne risulta una direzione che, al posto della democrazia cosciente del Partito, dà luogo a:

1) Una falsificazione della teoria leninista di cui si servono per consolidare la burocrazia del Partito.

2) Un abuso di potere che, nei confronti dei comunisti e degli operai, nelle condizioni della dittatura del proletariato, non può che assumere proporzioni mostruose.

3) La falsificazione di tutta la meccanica elettorale.

4) L'uso nella discussione di metodi di cui il potere borghese e capitalista si glorifica forse, ma non un partito proletario (fischi, lanci d'oggetti vari dalla tribuna, gruppi di gradassi che disturbano le riunioni).

5) L'assenza di spirito di squadra, dui amicizia nei rapporti, ecc..."

Per convincerci ancor di più che anche il testamento di Lenin possa essere  realmente stato falsificato, nel senso di una mitigazione delle critiche a Stalin, basta concentrarsi su quella che era la prassi abituale della propaganda stalinista, come nel caso della lettera di Lenin indirizzata a Trotsky del 5 marzo 1923 circa la questione georgiana:

"Rigorosamente segreto.
Caro compagno Trotsky, vi chiedo insistentemente di assumere la difesa della questione georgiana al Comitato Centrale del Partito. Tale questione è ora sotto inquisizione di Stalin e di Dzerzinskij e non posso fidarmi della loro imparzialità. In realtà è tutto il contrario. Se voi accettaste  di assumervene la difesa, potrei essere tranquillo. Se per qualche motivo non accettate, restituitemi tutto l'incartamento. Considererò ciò un segno del vostro rifiuto.
Con i miei migliori saluti da compagno".

La sobrietà di Lenin nei rapporti personali era risaputa, perciò il fatto che abbia concluso la lettera "con i miei migliori saluti da compagno" fu un segno di grande stima verso Trotsky e Stalin, a quanto pare, se ne risentì, al punto che quando al Plenum del luglio 1926 fu costretto a leggere pubblicamente lo scritto, sostituì le parole finali con un semplice e freddo "saluti comunisti".

L'elemento biografico era una delle armi mediatiche usate da Stalin, che adottava la tattica dell'amplificazione di ogni errore o deviazione giovanile dalle idee successive, nonchè delle divergenze che Trotsky aveva nei confonti di Lenin, sebbene queste non fossero fondamentali. Il tasto più frequentemente battuto era l'iniziale avversità verso i bolscevichi che Trotsky nutrì quando era quasi ancora adolescente e alla quale pose fine all'età di 23 anni; l'accusa verso di lui consisteva nel fatto che inizialmente appoggiasse le idee dei menscevichi, che affermavano la necessità di una rivoluzione borghese ed erano guidati da Julius Martov. Trotsky dichiara al Plenum del Comitato esecutivo del Komintern del 9 dicembre 1926:

 "Parlando in generale, non penso che il metodo biografico possa condurci ad una decisione a proposito di questioni di principio. E' indubbio che ho commesso errori su molti problemi, specialmente durante la mia battaglia contro il bolscevismo. Da ciò, comunque, difficilmente ne deriva che problemi politici debbano essere esaminati non secondo il loro contenuto intrinseco, ma sulla base della biografia. Diversamente dovremmeo chiedere un'elaborazione delle biografie di tutti i delegati. Personalmente potrei affidarmi ad un grande precedente inconfutabile. In Germania visse e lottò un uomo chiamato Franz Mehring, il quale, solo dopo una lunga ed energica lotta contro la socialdemocrazia (fino a qualche anno fa ci chiamavamo tutti socialdemocratici), solo dopo la piena maturità, si unì al Partito Socialdemocratico. Mehring scrisse la storia del Partito Socialdemocratico Tedesco dapprima come nemico, non come lacchè del capitalismo, ma come intellettualmente avverso ad esso, ed in seguito la riscrisse come suo sincero amico in quella splendida opera sulla socialdemocrazia tedesca. D'altro canto Kautsky e Bernstein non hanno mai combattuto apertamente contro Marx ed entrambi erano sottomessi all'autorità di Friedrich Engels. Bernstein inoltre è famoso come l'esecutore letterario di Engels. Ciononostante, Franz Merhing morì e fu sepolto come marxista, come comunista, mentre gli altri due Kutsky e Bernstein vivono ancora la vita di indegni riformisti. Ovviamente l'elemento biografico è importante ma di per sè non decide nulla".

Foto: esempi di falsificazione stalinista in cui la figura di Trotsky è rimossa dalle foto ufficiali.

CONCLUSIONE

La disumanizzazione attuata dal sistema capitalistico non include solo coloro che grazie a questo sistema si arricchiscono, ma in egual misura coinvolge coloro che ne sono vittime, che vivono nella precarietà e nel bisogno, elementi che per sè stessi determinano un'esistenza del tutto priva di valori e di moralità, ed è proprio la condizione brutale in cui vegeta la coscienza delle grandi masse ad essere d'ostacolo alla realizzazione del socialismo, oggi come ieri. Il capitalismo non è soltanto un sistema economico e sociale, ma soprattutto un'istituzione culturale basata sul consumismo, sullo spreco, sullo sfruttamento umano ed ambientale, sulla volontà di prevaricazione...E' la glorificazione della mercificazione, dell'individuo piccolo, meschino, verso una spinta fondamentalmente distruttiva: dove tutto è merce e mercificabile, non esiste nulla che abbia un valore in sè, tanto meno l'uomo. Non esistono classi sociali sulle quali poter confidare per uscire da questo circolo vizioso, ma solo individui isolati, che tutt'al più possono fare quello che hanno sempre fatto: formare delle elite intellettuali in grado di trascinare le masse brutali e inconsapevoli. E poi? La tesi marxista promuove la classe operaia come la più idonea alla costruzione del socialismo, perchè immune da interessi personali come potrebbero essere quelli del contadino legato al suo appezzamento di terra. Ma sentiamo le stesse parole di Trotsky:

"Quelli che criticano la tattica dell'Opposizione per il suo carattere lineare, ragionano come se l'Opposizione determinasse liberamente la sua tattica e non considerano la pressione frenetica di una massa di nemici, l'onnipotenza dell'apparato, i mutamenti politici della direzione, LA RELATIVA PASSIVITA' DELLE MASSE OPERAIE".

L'ultima frase delinea perfettamente la situazione in cui si trovavano gli ideologi della rivoluzione russa di fronte alle masse che avrebbero voluto coinvolgere politicamente. Solo dopo aver toccato il fondo, solo dopo aver raggiunto gli estremi limiti dell'abiezione, con la banalizzazione di tutto, con il trionfo della mediocrità, con il collasso dell'ambiente, con  la necessità impellente ed improcrastinabile di creare nuovi assetti per la sopravvivenza stessa del genere umano si potrà sperare in un cambiamento che, poco a poco, nei secoli, muterà la coscienza collettiva nel senso della riscoperta dei valori fondamentali. Un individuo può raggiungere il livello di una coscienza superiore, può essere un "uomo nuovo", ma la massa è un animale con milioni di teste, che segue i suoi appetiti più immediati e nulla più. Il comunismo non si costruirà per volontà, ma per necessità, in un tempo lunghissimo e nessuno di noi potrà assistere alla sua evoluzione che, come ultimo traguardo, vedrà la scomparsa dell'apparato statale, di ogni gerarchia sociale e, soprattutto, di quell'elemento virtuale chiamato "denaro": il perno dell'alienazione capitalistica. Ma la chiave di tutti questi buoni propositi è una sola e non può essere diversamente: NECESSITA'.

Alessia Birri, 25 giugno 2014


AFORISMI "DI" E "SU" TROTSKY, LENIN E MARX:

"La burocrazia sovietica si è posta al di sopra di una classe che usciva appena dalla miseria e dalle tenebre e non aveva tradizioni di comando e di egemonia". Lev Trotsky

"La rivoluzione socialista comincia su basi nazionali, ma non può restare circoscritta entro questi confini". Lev Trotsky

"Uno deve prendere la vita così come è. È necessario trovare nella realtà medesima la forza per sconfiggere le sue caratteristiche reazionarie e barbariche. Questo è ciò che il marxismo ci insegna". Lev Trotsky

"Chi crede sulla parola è un'inguaribile idiota". Vladimir Ilich Lenin

"La fiducia è bene, il controllo è meglio". Vladimir Ilich Lenin

"Non urlate tanto sul cinismo! Il cinismo non sta nelle parole che descrivono la realtà ma nella realtà stessa". Vladimir Ilich Lenin

"Finché ci sarà uno stato non ci sarà libertà. Quando ci sarà libertà non ci sarà uno stato". Vladimir Ilich Lenin

"La democrazia è uno stato che legittima la sottomissione della minoranza alla maggioranza, ed è paragonabile ad un'organizzazione istituita per l'uso sistematico della forza di una classe contro l'altra, di una parte della popolazione contro l'altra". Vladimir Ilich Lenin

"D'un tratto la guerra ci rivela che procediamo ancora a quattro zampe e che non siamo ancora usciti dal grembo dell'era barbarica della nostra storia". Lev Trotsky

"Mi ha fatto molto piacere leggere nell'autobiografia di Trockij che un uomo così ardentemente e pertinacemente occupato a rivoluzionare il mondo, aveva la nostalgia dei suoi libri: con gente con tali sentimenti non c'è mai da disperare… Mentre la peggiore diffidenza deve colpire coloro che si fanno una biblioteca per esigenza di parata, sono privi dell'intimo bisogno della meditazione, della lettura, della contemplazione di un libro". Arrigo Cajumi

"In questi libri radicali, scritti con uno stile molto nobile ed elevato, Trotsky trovò un canale comune per molte delle corrente prevalenti nella sua natura. Senza offendere il suo duro senso della realtà, gli offrivano un ideale. Gli offrivano il mondo come campo per quell'istinto vero, il "mettere le cose a posto", che era così forte in lui. C'è un'incredibile serietà nelle persone che considerano la religione triviale. E questi libri mostrarono a Trotsky come avrebbe potuto vivere la vita seriamente con uno scopo che fosse più grande di lui, della sua sopravvivenza quotidiana e del suo vestire bene. Gli mostrarono la gloria dell'avventura e del progresso umano. E gli diedero un sostegno in quei sentimenti particolarmente forti di simpatia sociale e rivolta che aveva portato con sé dall'infanzia". Max Eastman

“La vita non è una cosa facile... Non puoi viverla senza cadere nella frustrazione e nel cinismo a meno che non tu non abbia davanti a te una grande idea che ti sollevi al di sopra delle tue miserie personali, sopra la debolezza, sopra tutti i tipi di perfidia e di degrado.” Lev Trotsky

"Il fine può giustificare i mezzi purchè ci sia qualcosa che giustifichi il fine". Lev Trotsky

"Gli uomini fanno la propria storia, ma non la fanno in modo arbitrario, in circostanze scelte da loro stessi, bensì nelle circostanze che trovano immediatamente davanti a sé, determinate dai fatti e dalle tradizioni". Karl Marx

 "La burocratizzazione ha mutato le classi politiche in classi sociali, in modo che, come i cristiani sono eguali in cielo e ineguali in terra, così i singoli membri del popolo sono eguali nel cielo del loro mondo politico e ineguali nell'esistenza terrestre della società". Karl Marx

"I filosofi non spuntano dal terreno come i funghi. Essi sono il prodotto del loro tempo". Karl Marx

"La coscienza non può mai essere qualcosa di diverso dall'essere cosciente". Karl Marx

"L'alienazione religiosa come tale si produce soltanto nel dominio della coscienza, dall'interno dell'uomo, ma l'alienazione economica è l'alienazione della vita reale: la sua soppressione abbraccia quindi ambo i lati". Karl Marx

ARTICOLI E SITI CORRELATI:

Biografia di Trotsky:
http://www.trotsky.it/biografia.html

Termidoro e antisemitismo:
http://www.trotsky.it/Opere/termidoro.html

Il sito di Leon Trotsky:
http://www.trotsky.it/

Lenin "Sulla questione della nazionalità e della autonomizzazione":
http://www.marxists.org/italiano/lenin/1922/12/georgia.htm

Testamento di Lenin:
http://www.marxists.org/italiano/lenin/1922/12/testamento.htm

Testamento segreto di Lenin:
http://www.duepassinelmistero.com/Lenin.htm

Stalin ereditò il potere con l'inganno:
http://www.silviaronchey.com/articolo/6/101/Stalin-eredit-il-potere-con-linganno/

Gli ortodossi vogliono fare santo Stalin:
http://www.ilgiornale.it/news/ora-ortodossi-russi-vogliono-fare-santo-stalin.html

Stalin in seminario apprendista tiranno:
http://archiviostorico.corriere.it/2010/febbraio/23/Stalin_seminario_apprendista_tiranno_co_9_100223138.shtml

Stalin informatore zarista:
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1988/06/17/un-giornale-sovietico-accusa-stalin-informatore-zarista.html

Sessant'anni fa la morte di Stalin interruppe l'olocausto:
http://www.ilgiornale.it/news/cultura/sessant-anni-fa-morte-stalin-interruppe-l-olocausto-874416.html

Psicopatologia del capitalismo:
http://www.mauroscardovelli.com/EPC/Economia,_politica_e_cultura/Psicopatia_e_successo.html

Testamento di Lenin-Gazzetta del Mezzogiorno:
http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_traduci_notizia.php?IDNotizia=338916&IDCategotia=

lunedì 4 novembre 2013

IL RISORGIMENTO TRADITO

Museo Torre di San Martino della Battaglia. Particolare dell'affresco raffigurante il maggiore Giacomo Pagliari, colpito a morte durante la presa di Porta Pia.

INFINE OGNI CONFLITTO POLITICO E SOCIALE NON E' ALTRO CHE IL MILLENARIO DUELLO FRA CONSERVAZIONE E PROGRESSO, CONOSCENZA E PREGIUDIZIO, AUTORITARISMO E LIBERTA'. IL RISORGIMENTO NACQUE COME MOVIMENTO DI EMANCIPAZIONE DA REGIMI OSCURANTISTI, MA IL SACRIFICIO DEI SUOI EROI VENNE USURPATO DA INTERESSI MONARCHICI E BORGHESI.

"La verità è sempre rivoluzionaria".
Antonio Gramsci

Se gli ideali risorgimentali, come propaggini della Rivoluzione Francese, si fossero radicati nel tempo, se non fossero stati traditi da interessi borghesi e monarchici che posero un freno alla loro completa realizzazione, la rivoluzione italiana avrebbe potuto essere, a livello culturale e di progresso civile, un punto di riferimento per tutta l'Europa. In realtà gli obiettivi del Risorgimento andavano bel oltre e al di là dell'idea patriottica di Nazione a cui successivamente sono stati ridotti dalla storiografia scolastica, erano obiettivi universali, cosmopoliti e lungimiranti, che se fossero stati perseguiti, avrebbero costituito un faro per tutte le nazioni del mondo. Mazzini stesso, al di là del suo compromesso con la dinastia sabauda, sperava che il concetto di nazione fosse superato, auspicando la creazione di una confederazione di popoli europei che avrebbe permesso di superare i nazionalismi. Ma come avrebbero potuto i popoli italiani, a quel tempo miseri, affamati ed analfabeti, la cui unica preoccupazione doveva essere la sopravvivenza quotidiana, essere consci del valore e del significato storico del pensiero e delle gesta degli eroi risorgimentali? Chi avrebbe potuto leggere i proclami affissi sui muri di Milano annuncianti i moti del '48? Solo i borghesi e i pochi che potevano accedere a un minimo d'istruzione.  In queste condizioni fu facile ai poteri dominanti usurpare il sacrificio di chi, in buona fede, combattè per l'unità nazionale. Inoltre le aspettative di emancipazione delle popolazioni meridionali, reduci da secoli di sfruttamento clericale e baronale, furono tradite dal compromesso con le vecchie classi dominanti e non venne attuata la tanto promessa redistribuzione delle terre. Il Risorgimento fu una rivoluzione elitaria, ma senza quel sacrificio e quella perseveranza oggi non avremmo una pietra miliare ed uno stimolo per portare a termine i lungimiranti progetti che la ispirarono, i quali (come tutti i grandi propositi) furono molto più alti, molto più grandi e molto più evoluti dell'epoca in cui nacquero e, come dissi nell'articolo precedente riguardo la Rivoluzione Francese, gettarono il seme perchè germogliasse nel futuro, nonostante le disattese speranze e le inconsolabili delusioni che ne seguirono. La realtà storica, come sempre accade, non coincide mai con gli ideali più alti di coloro che ne inducono i cambiamenti. La situazione in cui vegeta il nostro Paese in questi anni, lo sdoganamento del fascismo, l'immiserimento culturale, l'insignificanza internazionale e la denigrazione delle conquiste sessantottine, dei valori della Resistenza e, infine, l'attacco alla Costituzione per privare quest'ultima degli articoli più lungimiranti, la dobbiamo proprio a questa disillusione e all'assetto sociale che ne conseguì, che pose le basi di una nuova alleanza reazionaria dei ceti dominanti. Inoltre una paziente e subdola operazione revisionistica della storia, a vantaggio del clero, è operata in ambito risorgimentale da un esercito di intellettuali, scrittori, giornalisti e anche uomini e donne dello spettacolo, in sostanza, personaggi assoldati dalla potente macchina da guerra mediatica vaticana al fine di umiliare e mortificare ulteriormente  le premesse rivoluzionarie. Ecco alcuni nomi: Vittorio Messori, Antonio Socci, Rino Cammilleri, Angela Pellicciari, Massimo Viglione; per quel che riguarda lo spettacolo da tempo ci siamo accorti della retorica riduttiva, "riconciliatrice" e filo-clericale di Benigni. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, come conseguenza dei mai abrogati Patti Lateranensi, la riscossa clericale non conobbe tregue, ma, a differenza di quegli anni, oggi non esistono personaggi, nè di destra nè di sinistra, che abbiano la personalità di un De Gasperi che, nonostante fosse democristiano, non abbassò mai il capo di fronte ai dettami del Vaticano, rispettando le esigenze della società civile. Il discorso che Benedetto XVI fece in occasione del 150° anniversario dell'unità d'Italia rispolverò concetti usati dai gesuiti della Civiltà Cattolica nel 1850, in cui si inventava una distinzione netta fra due categorie esistenti solo nella loro prassi retorica: laici e laicisti. Il potere temporale della chiesa per secoli impedì la ricostituzione di un'unità nazionale sotto altri vessilli che non fossero i suoi, ostacolando la nascita di ogni regno o impero che avesse, per così dire, minato la sua indipendenza. Secoli di nobili regni sconfitti dalla sete di potere del clero (come quello di Teodorico il Grande o dei Longobardi, i quali avrebbero potuto apportare una grande spinta civilizzatrice) culminarono nel XIII secolo con la scofitta (tragica per tutta l'umanità) del primo vero e grande imperatore umanista della storia : Federico II Hohenstaufen, il quale sognava un impero in cui la scienza e la cultura avessero predominato sulla religione, assoggettando il clero all'Imperatore. Gli ideali, i valori e i principi del Risorgimento sono il frutto maturo di secoli di lotta e di sacrifici contro la coltre soffocante dell'oscurantismo religioso cristiano-cattolico che plasmò nell'arretratezza culturale innumerevoli generazioni, il cui strascico ancora si osserva, purtroppo, nel nostro Paese. Un impero di matrice assolutistica sacerdotale che si è autolegittimato con la più grande truffa della storia: la falsa donazione di Costantino, un documento palesemente spurio, secondo il quale l'Imperatore  Costantino avrebbe donato l'Impero d'Occidente al Papa; truffa smascherata dall'umanista e filologo Lorenzo Valla in un famoso discorso pubblicato nel 1517. Il Risorgimento nacque soprattutto dal tentativo, soltanto l'ultimo di una lunga serie, di ridare dignità ad un popolo che, sebbene disomogeneo per cultura e storia, aveva il diritto di godere delle stesse conquiste laiche e dello stesso progresso culturale che il resto d'Europa ebbe in seguito alla Rivoluzione Francese. Ed il Risorgimento fu proprio una propaggine di quest'ultima, trovando uniti nell'ardore anticlericale personaggi illustri di destra e di sinistra, come Cavour, Mazzini, Garibaldi, Filippo Buonarroti e Carlo Cattaneo: quest'ultimi, più grandi della propria epoca, non accettarono mai compromessi con il potere, come Carlo Cattaneo che rifiutò di giurare fedeltà al re sabaudo. Ma l'Italia non si trovava nelle stesse condizioni della Francia rivoluzionaria, sotto il regno di Luigi XVI, in cui la condizione delle classi meno abbienti era di relativo benessere e quindi lasciava la possibilità di pensare anche a qualcos'altro che non fosse il mero bisogno immediato (nonostante la romanzata visione convenzionale di miseria e degrado che non trova riscontro nella realtà). Tutti sappiamo, infatti che, nonostante fosse processato e messo a morte dal regime del Terrore, il Re Luigi XVI fu un personaggio mite, illuminato, attento ai bisogni del popolo che lasciò ampio spazio d'indipendenza alla turbolenta nobiltà dell'epoca, oltre ad essere un massone e un uomo colto. Oscure furono le cause che portarono alla morte lui assieme a tutti i più grandi ideologi rivoluzionari. La grande opera che la Massoneria portò parzialmente a termine in Francia fino alla fine dell'Impero Napoleonico, si estese in Italia per opera della stessa Massoneria con la rivoluzione risorgimentale. Ciò che oggi più indigna e più scandalizza, infatti, è l'assimilazione che la propaganda clericale e reazionaria opera a livello mediatico tra Massoneria regolare e Massoneria deviata, al fine di screditare il valore  universale di questa Società che ha sempre operato per il bene ed il benessere universale, formata da persone che un tempo operavano in clandestinità e senza le quali oggi ci troveremmo nelle stesse condizioni in cui si trovano molti popoli costretti a subire le dittature religiose o regimi dittatoriali. Ed è proprio la presenza della Massoneria che ha permesso all'Occidente di usufruire delle principali conquiste di cui oggi non potremmo fare a meno, di uscire dall'oscurantismo, di emancipare i popoli da secoli di oppressione. Quest'opera non è ancora conclusa, il Risorgimento non è ancora concluso, così come non è conclusa la Rivoluzione Francese; ma tutti noi sappiamo che senza quell'inizio, a volte tragico, a volte autolesionista come il regime del Terrore, oppure connivente con gli interessi della nascente borghesia industriale, come per esempio i progetti sociali di Cavour o come l'Impero napoleonico (detestato dalla Comune di Parigi)...senza quell'inizio non si sarebbe innescato il successivo incalzante percorso di consapevolezza che ha portato i popoli a ribellarsi al nazi-fascismo e a operare in seguito la svolta della rivoluzione sessantottina, e noi sappiamo come interi popoli possono rimanere immobili, mummificati nel circolo vizioso di consuetudini barbare (come la famiglia tradizionale o, più in generale, l'autoritarismo) se non viene instillato in loro il seme della consapevolezza e della propria dignità, che è l'esatto opposto di ogni religione istituzionalizzata: per secoli, per millenni interi popoli possono trasmettere la propria schiavitù, di generazione in generazione, come sonnambuli. Oggi più che mai i valori risorgimentali sono calpestati, nonostante si assista a patetiche cerimonie e discorsi che tendono a snaturare il messaggio umanistico e anticlericale che i nostri avi vollero trasmettere al futuro. Così possiamo passivamente assistere alle pantomime di Benigni, che da tempo ha ceduto il suo talento alle trame mediatiche clericali e ce ne siamo accorti tutti, cercando nei suoi discorsi di epurare le gesta degli eroi risorgimentali del loro valore laico e anticlericale, che fu il fulcro dei loro ideali, con la pretesa di conciliare laicità e cattolicesimo, usando retoricamente il sacrificio e le storie di quei giovani che, in buona fede, morirono per i loro ideali traditi, trattando l'argomento come se consistesse solo in una banale questione patriottica.

IL RISORGIMENTO AVREBBE DOVUTO ESSERE PRINCIPALMENTE UNA GRANDE OPERA PER L'EMANCIPAZIONE DEI POPOLI, NON UNA SEMPLICE QUESTIONE DI UNITA' NAZIONALE. LE IDEE FEDERALISTE DI CARLO CATTANEO, GIUSEPPE FERRARI, CAVOUR, LUIGI SERRISTORI, CESARE CORRENTI. L'INFLUSSO MASSONICO, LA CARBONERIA, GIOACCHINO MURAT.

La scelta di uno Stato centralista, dopo l'unità d'Italia, a scapito degli ideologi risorgimentali che optavano per il federalismo, fu dovuta in massima parte a compromessi con il potere dei Savoia e con la borghesia capitalistica da parte dei cosiddetti "moderati", come il Partito d'Azione di Mazzini, il quale manteneva un assetto ambiguo fra gli interessi delle classi meno abbienti e coloro che poi, effettivamente, avrebbero sostenuto dall'alto le azioni rivoluzionarie, strumentalizzandole. Fra i massimi sostenitori del federalismo ricordiamo: Carlo cattaneo, Giuseppe Ferrari, Camillo Benso di Cavour, Carlo Cattaneo, Luigi Serristori, Cesare Correnti. A differenza di Mazzini, che pur di ottenere libertà e unità alla fine accettò l'egemonia dei Savoia, Carlo Cattaneo diffidò sempre dell'espansionismo del Regno di Sardegna e non scese mai a compromessi. All'indomani delle 5 giornate di Milano, Cattaneo diede del "venduto" a Mazzini per aver chiesto l'intervento sabaudo, che usurpò di fatto l'insurrezione popolare; cosa che deluse moltissimo anche Marx ed Engels, che all'inizio mostrarono un grande entusiasmo per i moti milanesi. questo uno scritto di Carlo Cattaneo che chiarisce la sua ideologia cosmopolita contro l'idea centralista e di primato italiano: "I popoli devono farsi continuo specchio fra loro perché gli interessi della civiltà sono solidali e comuni; perché la scienza è un'arte, l'arte è una, la gloria è una. La nazione degli uomini studiosi è una sola, è la nazione di Omero e di Dante, di Galileo e di Bacone, di Volta e di Linneo...È la nazione delle intelligenze che abitano tutti i climi e parla tutte le lingue". Il socialista Giuseppe Ferrari scrisse: "L’Unità italiana non esiste se non nelle regioni della letteratura e della poesia; e in queste regioni non si trovano popoli, non si può fare leva di eserciti, non si può ordinare verun governo". Ferrari, socialista, al pari di Carlo Cattaneo, anteponeva la conquista della democrazia e della Repubblica a quella dell'indipendenza nazionale; in altre parole: il Risorgimento non doveva essere una mera aspirazione patriottica, così com'è dipinto dalla storiografia ufficiale; Giuseppe Ferrari, che aveva partecipato ai moti milanesi del 1848 come Cattaneo, riteneva indispensabile l'appoggio della Francia, anche per il punto di riferimento che essa rappresentava nell'ambito dell'emancipazione dall'oscurantismo religioso e monarchico; di fatto si accese fra lui e Vincenzo Gioberti una dura polemica contro il neoguelfismo di quest'ultimo, che auspicava un unità nazionale sotto l'egida del Papa. Giuseppe Ferrari capì subito che il principale problema che si sarebbe posto nel futuro non sarebbero state le potenze straniere, ma l'egemonia oppressiva e reazionaria della nuova classe dominante: la borghesia capitalistica; la sua idea di proprietà privata si espresse con questo motto "il diritto di proprietà cessa laddove nuoce all'interesse generale e sociale". Mazzini fu forse condizionato dalla sua esasperazione per tutti i moti falliti, per la breve durata della Repubblica Romana del 1849, dalla convinzione che senza appoggi potenti non avrebbe potuto farcela, perciò non possiamo giudicare troppo aspramente il suo operato. In realtà non sappiamo se furono più realisti gli intransigenti o Mazzini, poichè i tempi non erano maturi per le idee socialiste più lungimiranti e l'egemonia borghese avrebbe dovuto fare il suo corso prima di essere superata. Partecipò attivamente all'impresa della Repubblica Romana anche il duca Carlo Pisacane di San Giovanni, in disaccordo con Mazzini per l'afflato religioso di quest'ultimo, considerando la religione non un bisogno insopprimibile di assoluto, ma una debolezza strumentalizzata dal potere. Pisacane giudicava altrettanto tirannica sia la monarchia sabauda che quella di Ferdinando II di Borbone e dell'Austria; nel suo Testamento Politico scrisse : "la dominazione della casa Savoia e la dominazione della casa d'Austria sono precisamente la stessa cosa" e che "il regime costituzionale del Piemonte è più nocivo all'Italia di quello che lo sia la tirannia di Ferdinando II"; "Io credo nel socialismo; il socialismo di cui parlo può definirsi in queste due parole: libertà e associazione"; "Ciò che contava dunque era dare l'esempio per stimolare gli animi all'azione, un'azione volta non alla mera sostituzione di un potere con un altro, bensì alla rivoluzionaria ricostruzione di una società più equa e libera". Carlo Pisacane morì dopo la spedizione di Sapri contro il regime borbonico, a Sanza, in provincia di Salerno, nel 1857, a causa della mancata insurrezione a Napoli, che i cospiratori non furono in grado di fomentare. Un fondamentale contributo agli ideali risorgimentali venne apportato dalla Società Segreta della Carboneria, anche se all'interno di questa si trovavano diverse correnti di pensiero, non permettendole perciò un'organizzazione forte ed uniforme, come giustamente osservò Mazzini che ne fece parte nella sua prima fase attivista. E' molto probabile che la Carboneria sia nata nel Regno di Napoli, nell'anno 1809, sulla base di ideali liberali, gnostici e repubblicani, i cui membri erano principalmente studenti e intellettuali; i suoi rituali rispecchiavano metaforicamente le funzioni dei "carbonai" che preparavano e vendevano il carbone. La Carboneria nacque contro la politica filo-napoleonica di Gioacchino Murat, nonostante egli fosse un personaggio moderno e illuminato. Ai primi dell'800, dopo la caduta dei Borboni e l'elezione di Gioacchino Murat (maresciallo napoleonico) a Re di Napoli, costui si prodigò al miglioramento delle condizioni di vita delle masse contadine e meno abbienti, fondò la Falcoltà d'ingegneria a Napoli, fece attuare nuovi scavi archeologici ad Ercolano, portò l'illuminazione pubblica a Reggio Calabria, fece attuare il progetto del Borgo Nuovo a Bari, il rinnovamento del Porto di Brindisi, l'istituzione dell'ospedale San Carlo a Potenza; fra le opere civili ci fu l'introduzione del divorzio, dell'adozione e del matrimonio civile, inutile dire che fu ferocemente odiato dal clero. Venne fucilato dopo la riconquista borbonica.
Il contributo della Massoneria al progresso e al cambiamento dopo la Rivoluzione Francese lo si può delineare tanto più quanto ci si addentra nelle varie tappe iniziatiche della Carboneria; al primo grado vi era la concentrazione sullo sviluppo delle qualità individuali e spirituali, la scoperta di sè stessi; al secondo grado si giungeva alla conoscenza del vero scopo della Società Segreta Carbonara, che era, al pari di quello degli Illuminati di Adam Weishaupt, fondamentalmente rivoluzionario e destinato ad instaurare un assetto sociale consono alla natura umana e al benessere di ognuno: il comunismo. Questo un testo degli statuti che io ho trascritto dalla foto dell'originale e mi scuso per eventuali lacune:

Statuti della Carboneria
Prima parte
Idea generale dell'Ordine

"Quando gli uomini credettero di trovare la felicità fra le mura cittadine, e che per la comune difesa diedero il comando delle loro forze ad un solo, il quale in luogo di proteggerli e di difenderli ne divenne l'oppressore, e bandita la civile uguaglianza ed intronizzato il diritto lesivo di dispotismo, di barbarie, di proprietà, e corrotta l'umana specie, videsi supplantare alle leggi del giusto e del vero la corruttela dei costumi, la prevaricazione e l'oppressione dei buoni pochi sapienti che nutrivano ancora nel cuore quella morale ne' suoi principi intramontabile ne' pel variare de' tempi, ne' pel succedersi delle generazioni piangendo in segreto pensarono, ed incorruttibili i sentimenti ed in segreto ancora insegnano questa scienza ai loro figli, ai pochi degni di possederla, che tramandasi quindi di generazione in generazione la vera scienza della filosofia giammai corrotta, giammai alterata nel suo vero aspetto. Solo il sentimento delle segrete verità filosofiche, ecco dona senza veleno, senza misteri, s'impegna a rispettare i diritti degli uomini ed a sostenerli. I misteri di Mitra in Asia, d'Iside in Egitto, d'Eleusi in Grecia, ed i tempi da riedificarsi, e la luce da diffondersi, tutti sono quei raggi che partendo da un solo centro una periferia definiscono, la cui immensità è il campo della sapienza. In ultimo fu forse la Carboneria, che semplificati tanti metodi non adottò che il semplice linguaggio della natura, all'amore degli uomini senza distinzione, all'odio della oppressione e del dispotismo, alla cognizione del bene che sia utile alla società, e conferma l'ordine gnerale del vero e del giusto. (........) dove si insegna agli uomini il vero metodo di vita morale, loro da anche (........) nelle società civili dimostrasi come spargere i lumi di verità e disseminare ovunque i principi della vera filosofia ed il diritto dell'uguaglianza".

La massoneria è sempre stata presente in Italia, come propaggine della sua origine londinese: fu infatti fondata nel 1717 come coronamento di uno sviluppo culturale che durò per tutto il '600. Fu durante questo lungo percorso che le antiche corporazioni di mestiere si trasformarono in complesse organizzazioni filosofiche basate sul conseguimento della libertà individuale, della dignità umana e dei diritti universali, solo in apparenza separate in logge illuministe e razionaliste e logge esoteriche basate sul misticismo gnostico. Durante il periodo napoleonico in Italia c'erano almeno 250 logge con circa 20.000 appartenenti. Dopo la caduta di Napoleone e durante la feroce Restaurazione ottocentesca, guidata dagli interessi del clero che avrebbe voluto cancellare le conquiste della Rivoluzione Francese e riportare in Europa i regimi assolutisti genuflessi al potere religioso, la Massoneria in Italia venne messa fuori legge, i suoi affiliati vennero perseguitati a tal punto da essere dispersi. Ma questo non impedì ai progetti umanisti massonici di estendere il loro influsso anche oltre la barriera delle Alpi, in Italia, tramite l'opera di personaggi come Garibaldi e Mazzini. La MAssoneria sarà rifondata nel 1859 da Costantino Nigra, collaboratore di Cavour, con la nascita della loggia Ausonia, a cui seguirà quella del Grande Oriente d'Italia, di cui Garibaldi sarà Gran Maestro. Quindi, ovviamente, i massoni misero in atto i loro progetti prima della fondazione ufficiale della prima Loggia fondata dopo la persecuzione attuata dalla Restaurazione. In Italia operava inoltre la Carboneria, che, nonostante le sue insegne cristianeggianti, fu però una corrente gnostica del cristianesimo, quindi basata sul primato della conoscenza e della libertà di pensiero. Chi furono le migliaia di persone illuminate e guidate dai nobili ideali risorgimentali e massonici? La Massoneria non si dileguò nel nulla durante gli anni bui della Restaurazione, ma pose le sue radici nella nobiltà progressista e nella borghesia. Certo, non possiamo con ciò giustificare il capitalismo che era, ed è, un sistema fortemente ingiusto basato sulla prevaricazione di classe, ma la storia ha i suoi percorsi obbligati e non fa salti. I criminali intenti della Restaurazione europea, macchiati di sangue, non potevano più trovare radici nella società, per il semplice fatto che il risveglio collettivo non può essere fermato, mentre dalle tenebre dell'ignoranza e della superstizione prima o poi si può uscire. E si esce. Con "risveglio collettivo" s'intendono ovviamente le sfere sociali che potevano accedere all'istruzione, senza la quale non può esservi discernimento, mentre il resto della popolazione,  ancora viveva nella più totale miseria e nell'analfabetismo. Ed in questo terreno pescava la chiesa per mantenere il suo potere sulla penisola.

VINCENZO GIOBERTI E L'USURPAZIONE CATTOLICA DEGLI OBIETTIVI LIBERALI

La vicenda politica ed il pensiero di Vincenzo Gioberti (sacerdote, politico e filosofo) teorico del neo-guelfismo, sono antesignani di quelle che furono in seguito e sono tutt'oggi le infiltrazioni clericali nei movimenti che dovrebbero essere laici, al fine di inquinare gli obiettivi dei più grandi cambiamenti della storia moderna. E'sempre la solita prassi, che si protrae da secoli,  un vecchio trucco che la chiesa cattolica ha sempre usato, lo abbiamo potuto provare sulla nostra pelle negli ultimi quasi 20 anni di berlusconismo, durante i quali non si potè (e non si può) contare su un partito o un personaggio politico, da destra a sinistra, che non sia genuflesso alle istanze del Vaticano, tutto porta con sè il sigillo della religione istituzionalizzata. Per questo non possiamo pensare che, allora, il pensiero del Gioberti, basato sull'ideale dell'unità d'Italia, ma sotto la supremazia papalina (concetto assurdo come l'odierna definizione di laici-cattolici o di catto-comunisti) fosse frutto di ingenuità e candore, quanto piuttosto di una sottile trama tessuta per confondere, spiazzare ed infiltrarsi nelle file dei potenziali avversari per deragliare sui propri binari ogni preteso cambiamento; è soprattutto grazie a questa strategia che anche la Resistenza e la rivoluzione sessantottina possono considerarsi delle opere incompiute. La retorica e l'ipnotismo a cui siamo soggiogati lo possiamo tranquillamente osservare dal comportamento e dai discorsi del nuovo Papa, Bergoglio, che con il suo carisma disarma il senso critico delle masse. Questi personaggi paradossali, che con il loro doppio gioco avvantaggiano la chiesa cattolica, si possono trovare in tutti i tempi. Vincenzo Gioberti fu considerato come uno strascico medievale dal filosofo e storico francese Victor Cousin, il quale affermò che in Italia la filosofia non si era mai affrancata dalla teologia e che il Gioberti non era un filosofo.

PIO IX (1792-1878): LE TRAME E GLI STRATAGEMMI, LE FINTE APERTURE,  LA LETTERA DI MAZZINI, LA BEATIFICAZIONE

Ieri come oggi le trame e gli stratagemmi di potere della chiesa cattolica non sono affatto mutati: gli stessi capovolgimenti di significato nell'usurpazione di principi e concetti laici, la stessa infiltrazione di personaggi doppiogiochisti e falsi progressisti, tutto per cavalcare le aspirazioni di un preciso periodo storico al fine di sfruttarne i vantaggi. E' ciò che successe con Pio IX durante i primi moti del Risorgimento. Pio IX capì che l'aspirazione all'unità nazionale poteva anche giocare a vantaggio del clero, ponendo la propria figura come candidato ad unico sovrano dell'eventuale nuovo stato italiano e cercò di mascherare le sue mire di potere mediante false "aperture" di matrice laica. Dunque il cosiddetto "tradimento" di Pio IX non ci fu mai, poichè la chiesa cattolica non appoggiò mai ideali liberali ed, anzi, quando la rivoluzione risorgimentale portò a compimento questi ideali (almeno quelli che avvantaggiavano la borghesia), venne combattuta dal potere clericale, naturalmente preoccupato di non poter mantenere più i suoi privilegi. A quel tempo, come capita anche oggi, l'entusiasmo dei patrioti si infiammò alle opportunistiche aperture di Pio IX (Giovanni Mastai Ferretti); il nuovo Papa, poco dopo la sua elezione, concesse un'amnistia generale per i reati politici, lasciò una pur limitata libertà di stampa, abolì le discriminazioni contro il ghetto ebraico e subito le masse e gli intellettuali si illusero che fosse in buona fede. Come in ogni epoca succede, non serve essere delle persone semplici e di poca cultura per non cadere nelle trame della retorica clericale, perchè esse radicano la propria forza sulle debolezze, sulle speranze, creano illusioni ottiche consolatorie che impediscono la visione della realtà; così avvenne che non solo il popolino si lasciò infatuare da queste "aperture", ma perfino intellettuali e progressisti all'epoca caddero in questo tranello, compreso Giuseppe Mazzini, che nella famosa lettera indirizzata a Pio IX lo esorta a farsi condottiero del movimento liberale e patriottico, addirittura contro la cattolicissima Austria, immaginando un futuro in cui il Pontefice sarebbe stato capo morale di un'Europa Unita paradossalmente sotto l'egida della religione e del progresso dei popoli; per fare questo il Papa, ovviamente, come ben dimostrato nella lettera di MAzzini, avrebbe dovuto, da buon cristiano, rinunciare agli interessi egoistici suoi e del clero. Ma, nonostante le antipatie e la doppiezza del personaggio, non era l'"individuo" Pio IX a non accettare le idee liberali e progressiste, ma l'esistenza stessa di uno stato Pontificio e la stessa religione dogmatica cattolica erano, e sono, inconciliabili con ogni idea di progresso, di libertà e di diritti dell'uomo. Quindi: di cosa stiamo parlando? Che il giorno e la notte dovrebbero incontrarsi alla stessa ora? Queste lezioni storiche le dovremmo ricordare, soprattutto oggi, concentrando la nostra attenzione sulla nuova retorica clericale.
Dunque non passò molto tempo dalle finte aperture di Pio IX alla più strenua opposizione da lui attuata contro ogni anelito liberale. Il Papa espresse il suo pensiero con queste parole nell'enciclica "Quanta cura", del 1864, dove invitava a resistere "alle nefande macchinazioni di uomini iniqui, che schizzando come i flutti di procelloso mare le loro fallacie e promettendo libertà mentre che sono schiavi della corruzione, con le loro opinioni ingannevoli e con i loro scritti dannosissimi, si sono sforzati di sconquassare le fondamenta della cattolica religione e della civile società, di levare di mezzo ogni virtù e giustizia, di depravare gli animi e le menti di tutti (...) e massimamente la gioventù inesperta e di guastarla miseramente, di attirarla nei lacci degli errori e per ultimo di strapparla dal seno della chiesa cattolica". Da queste parole si può notare il totale capovolgimento della realtà, nella visione religiosa, che pone i dogmi, le tradizioni e l'immutabilità sociale come perno di civiltà; mentre non può esservi civiltà senza mutamento ed evoluzione. Ma la principale causa dell'angoscia papale non era tanto l'unità d'Italia, quanto le nuove idee socialiste e comuniste e, soprattutto, il loro concetto sociale di famiglia che escludeva ogni vincolo gerarchico e non permetteva più di crescere individui sottomessi all'autorità ecclesiastica; la famiglia tradizionale è sempre stata il principale baluardo dell'immobilismo culturale. Questo è il brano di un testo scritto dallo storico, politico e giornalista Giovanni Spadolini, il quale si meraviglia di come "il Papa condanni socialismo e comunismo non come dottrine economiche e neppure poliche, ma come concezioni della famiglia, come visioni della morale domestica antitetiche a quella cristiana per ingannare e corrompere l'improvvida gioventù (come viene definita nell'enciclica) staccandola dal dominio della chiesa e subordinandola ai soli interessi sociali". Quindi da qui il Papa smaschera palesemente i veri interessi egoistici del clero, che non hanno nulla a che vedere con gli interessi della società, come sempre si è voluto far credere. Fra le altre cose al Papa non andava proprio a genio, come ci si sarebbe dovuto aspettare, il concetto di "libera chiesa in libero stato" espresso da Cavour, perchè ciò implicava la libertà di culto e non poteva essere accettato da chi si riteneva depositario di verità assoluta. Pio IX inoltre introdusse l'uso disinvolto della ghigliottina, con la quale furono giustiziati i patrioti Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti nel 1868, ma non furono gli unici: innumerevoli furono gli eroi garibaldini fatti fucilare in Vaticano. Dopo la presa di Porta Pia la società italiana venne lacerata da profonde divisioni tra radicalizzazioni clericali ed estremismi anticlericali. Pio IX visse barricato nei palazzi vaticani dal 1870 in poi, fino alla sua morte nel 1881, che vide l'episodio della salma assalita dai manifestanti che gridarono "al fiume il Papa porco". Il più grande schiaffo alla società civile e alla dignità del nostro Paese e dei suoi cittadini fu la beatificazione di questo Papa, nel 2000, da parte di Woitjla. Di questo non ci si deve meravigliare (Woitjla non era migliore di lui, era amico intimo di Pinochet, ha fatto affari con la mafia per finanziare il sindacato polacco Solidarnosc, invitò gli scienziati a non trovare la cura contro l'aids e via dicendo), in quanto la beatificazione è affare ecclesiastico e quella di Pio IX fu perfettamente attinente alla mentalità e all'ideologia cattolica, ma l'affronto è stato perpetrato facendo leva su coloro che continuano ad ogni costo a credere alla possibilità di una chiesa non ingerente nelle decisioni dello Stato, anche se sappiamo che ciò è impossibile, poichè la religione nasce come strumento di controllo sociale, seppur negativo ed oppressivo, e non avrebbe motivo di esistere al di là di questo; la stessa essenza della religione l'esistenza di gerarchie ecclesiastiche non possono sopravvivere senza imporsi, perchè escludono il concetto di reciprocità e impongono l'espansione dei propri valori di matrice negativa.

Riportiamo qui alcune reazioni alla beatificazione di Pio IX:

un senatore DS portò una corona di fiori davanti al carcere della Rocca di Forlì, dove si trova una lapide commemorativa per gli eroi garibaldini fatti fucilare da Pio IX. "Il mio gesto (ha affermato) vuol essere una risposta allo scempio che dal palcoscenico del Meeting di Rimini si vuol far cadere sul nostro Risorgimento e su quanti si sono battuti per l'unità d'Italia, primi fra tutti Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi e Camillo Benso Conte di Cavour".

Il Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia ha espresso "profonda inquietudine" dicendo: "Questa beatificazione innalza a simbolo etico universale un uomo tetragono ad ogni forma di evoluzione e di progresso, tenacemente ostile al mondo moderno e per di più espressione degli interessi solo temporali della chiesa. Come Massoni, come uomini liberi esprimiamo il nostro profondo rammarico per questa inopinata esaltazione di un uomo simbolo del potere temporale".

Ma il raccapriccio non esclude anche personaggi cattolici che accusarono Woitjla di fare santo un Papa assolutista e antisemita. In particolare il gesuita Giacomo Martina, anziano gesuita professore di storia si pronunciò così: "Questa beatificazione non mi sembra la cosa più opportuna. Nei primi anni del suo pontificato Pio IX aveva confuso la politica con la religione. In fondo era un emotivo e si era lasciato trascinare dal '48".

Il Presidente delle Comunità Ebraiche inoltre si è espresso così: "Dopo una prima fase, è stato duramente antinazionale e ha stabilito l'infallibilità del Papa, principio preoccupante per gente come noi abituata a discutere e a confrontarsi. Ma è stato anche il responsabile del caso Mortara (un bambino ebreo di Bologna sottratto alla famiglia perchè battezzato di nascosto dalla domestica), che ha portato dolore nelle nostre comunità".

GIUSEPPE MAZZINI (1805-1872): IL PANTEISMO, IL ROMANTICISMO, LA GIOVINE EUROPA, LA GIOVINE ITALIA, IL PARTITO D'AZIONE, LA QUESTIONE SOCIALE, I FRATELLI BANDIERA, IL CONTRASTO CON LA COMUNE DI PARIGI, LA REPUBBLICA ROMANA DEL 1849

L'opera filosofica e il pensiero mazziniano non poterono essere circoscritti ad un unica nazione, ma furono fondamentali per lo sviluppo delle democrazie e dei concetti liberali in tutta Europa. Del resto le idee di Mazzini avevano un'orizzonte molto più ampio di quello che all'epoca si poteva mediamente concepire, essendo lui teorico di un'Europa unita, ma sotto l'egida dell'indipendenza dei rispettivi popoli, che doveva essere tutelata e fungere da elemento aggregante, affinchè ogni popolo potesse intraprendere senza condizionamenti il suo percorso di progresso civile e culturale. Fu questo l'obiettivo dell'organizzazione chiamata "Giovine Europa", fondata da Mazzini nel 1834, la quale, seppur nata in opposizione alle idee carbonare di Filippo Buonarroti, era lungimirante nei contenuti, anche se ebbe vita breve: si dissolse in pochi anni; il suo più importante principio fu la promozione della particolarità dei popoli, che trovava il suo corrispondente nell'individualità stessa degli uomini. Il movimento della Giovine Europa fu anche promotore dei diritti della donna e questo è testimoniato da molte attiviste  appartenenti al movimento, tra cui Giorgina Saffi, figlia di Aurelio Saffi, che fu fra i più fidi collaboratori di Mazzini. Precedentemente, nel 1831, Mazzini aveva fondato l'associazione detta "Giovine Italia", nata per promuovere l'idea centralista, in opposizione al progetto del patriota Carlo Cattaneo, il quale promuoveva un'idea federalista, in quanto (come pensava lo stesso Francesco Guicciardini durante il Rinascimento) troppo profondo era il divario fra il livello culturale dei popoli; Mazzini invece pensava che il progetto di universalità della rivoluzione italiana non potesse essere sviluppato senza una forte unità che avrebbe accentrato e reso più solidi questi progetti. Il suo motto era "Dio e Popolo" e "Unione, Forza e Libertà". Ma non dobbiamo lasciarci ingannare da questi slogan apparentemente religiosi: l'idea mazziniana della divinità era un'idea panteista, massonica e legata alla conoscenza e alla libertà, dove il divino non era qualcosa di separato ed antagonista rispetto al mondo, ma ne era essenzialmente integrato e trovava la sua realizzazione nell'idea di progresso sociale e culturale. Mazzini credeva nella reincarnazione e questo la dice lunga sul suo percorso iniziatico, anche se non ammise mai di appartenere alla Massoneria, ma fu adottato da quest'ultima come punto di riferimento ideale. Nel 1853 fondò il Partito d'Azione (conosciuto come Primo Partito d'Azione, dissolto nel 1867) i cui appartenenti, assieme a Mazzini, furono Giuseppe Garibaldi, Carlo Cattaneo, Carlo Pisacane e Aurelio Saffi. Questo Partito conteneva, si può ben dire, l'intera anima del Risorgimento e pose le radici degli ulteriori sviluppi culturali e dell'eredità storica (non solo italiana) della rivoluzione, promuovendo la libertà di pensiero, il suffragio universale, la libertà di stampa. Nonostante rifiutasse il Marxismo, Mazzini era consapevole della profonda iniquità del sistema capitalistico ottocentesco, avanzando l'idea di un associazionismo e una mutualità fra le categorie più deboli, una collaborazione in luogo del conflitto fra le classi sociali, con gli operai che avrebbero dovuto a loro volta avere parte attiva nella gestione della produzione e nelle decisioni. Peraltro anche Marx criticò Mazzini, indicandolo come personaggio carismatico, criticando il suo linguaggio profetico e la sua esaltazione "mistica". Dal canto suo Mazzini giudicava impossibile l'abolizione della proprietà privata e temeva che il sistema socialista portasse ad un nuovo totalitarismo (forse questo potrebbe succedere solo se la burocrazia sostituisse il potere autoritario precedente, trasformando lo Stato in una nuova entità dispotica). Il romanticismo di Mazzini apparteneva alla corrente "progressista", la quale, diversamente dal romanticismo nostalgico dell'epoca medievale, concepiva l'influsso divino nel miglioramento delle condizioni sociali e materiali dell'umanità; mentre visioni come quella di François-René de Chateaubriand, per esempio, erano del tutto aliene alla realtà e, nel loro fanatismo assolutista, giustificavano ogni tipo di crudeltà e barbarie come una volontà divina e dunque inappellabile; queste tenebrose correnti di pensiero avrebbero voluto cancellare ogni conquista successiva alla Rivoluzione Francese per fare ritorno ai secoli più oscuri del Medioevo. Ma, come dicemmo, il Romanticismo, come ogni corrente di pensiero, non fu monolitico ed anzi, nel suo aspetto positivo, arricchì la cultura europea aprendo nuovi orizzonti anche per quel che riguardò la scienza, fungendo da alternativa ad un positivismo ormai esasperato. Nulla vi può essere di così indefinito come il concetto di Dio mazziniano: Mazzini, da personaggio chiave e genio della storia non solo italiana, ma Europea, non poteva certo essere un pedante, perciò la sua filosofia "romantica" non seguiva questa o quella corrente, ma era il risultato delle sue personali esperienze spirituali e vicende di attivista combattivo, più volte condannato a morte, esule e fuggitivo, da sempre messo al bando dalla legge. Potremmo ben paragonare il pensiero di Mazzini a quello dell'abate calabrese Gioacchino da Fiore (1.130-1.202), proteso verso una concezione progressiva dell'esperienza umana, scevro da ogni nostalgia di qualsivoglia passato, nemico di ogni "mummificazione" dogmatica e tradizionalista, dove la divinità è concepita come fine ultimo in cui l'uomo scopre sè stesso, non come qualcosa di separato dall'esperienza del mondo e dall'evoluzione psichica dei popoli e degli individui. I principali obiettivi della lotta contro gli elementi della reazione europea erano l'Imper Asburgico e, in Italia, la Santa Sede. Mazzini stesso non vi vedeva altra soluzione che quella rivoluzionaria per debellare questi importanti nemici del progresso umano e della collaborazione tra i popoli verso il miglioramento delle proprie condizioni; questi obiettivi potevano essere raggiunti dalla classe colta (che era in grado di capirne l'importanza) e dai giovani, come categoria che si opponeva alle tradizioni radicate e noi sappiamo quanto fondamentale sia l'attivismo giovanile in tutti i cambiamenti passati e futuri, ed è quello che differenzia la società occidentale dalla maggior parte dei paesi del mondo, dove vige un'immobilismo sociale dovuto proprio all'assenza di conflitto generazionale. Mazzini concepiva la politica come necessario strumento di lotta tra libertà e dispotismo, come ci pare ovvio; in assenza di mire dispotiche di qualsivoglia partigianeria la politica si ridurrebbe ad ordinaria amministrazione. La rivoluzione doveva portare all'istituzione della Repubblica e, in seguito, alla nascita della scuola pubblica, laica e popolare, sulla quale si sarebbe basata la formazione dei nuovi cittadini, diversi dai sudditi delle generazioni precedenti. La formazione dell'Uomo Nuovo doveva partire da lì, il sorgere della coscienza dall'incoscienza, dal sonno alla veglia. Nel periodo immediatamente post-rivoluzionario si sarebbe dovuta istituire una fase dittatoriale di passaggio, che sarebbe caduta allorchè  i nuovi princìpi rivoluzionari si fossero stabiliti. Il fallimento della gran parte delle rivolte guidate da Mazzini, con a fianco Garibaldi, come quella di Genova del 1834, seguita da quelle a Palermo, in Abruzzo, in Lombardia e Toscana, fecero cadere Giuseppe Mazzini nel vortice di una depressione che lo fece pensare anche al suicidio; questo tragico periodo egli lo definì "la tempesta del dubbio", ma se ne riprese e perseguì le sue finalità con ancor più tenacia e convinzione di prima. Le idee mazziniane furono abbracciate dai nobili Fratelli Bandiera, che, sulla base di tale filosofia, fondarono una società segreta nominata Esperia, tentando anche di istigare una sollevazione popolare al Sud, in Calabria, avendo avuto notizia di una ribellione che a loro parve avere carattere risorgimentale, mentre fu solo un'innocua rivolta presto sedata dall'esercito borbonico; furono traditi dalla loro guida del posto e catturati anche con l'aiuto di comuni cittadini che li consideravano dei briganti. La fine dei Fratelli Bandiera deve far riflettere su quanto fossero lontani gli ideali delle elite risorgimentali da quella che era l'immediatezza delle esigenze del popolo, soprattutto al sud, il quale era troppo affamato per pensare ad altro che non fosse il sostentamento quotidiano e non conosceva alcun tipo d'istruzione. L'ultima vicenda rivoluzionaria seguita da Mazzini e ispirata alle sue idee fu la Repubblica Romana del 1849, nata sull'onda del '48 che coinvolse tutta Europa, in seguito alle rivolte popolari che estromisero Pio IX dalla guida della città; come molte altre esperienze repubblicane, essa durò 5 mesi appena, debellata subito dall'esercito del nuovo regime reazionario francese, ma fu comunque un'esperienza costruttiva, con l'istituzione del suffragio universale maschile (anche se quello femminile non era vietato dalla nuova Costituzione, vinse la consuetudine), l'abolizione della pena di morte e la libertà di culto. Lascia comunque perplessi il suo anatema contro la Comune di Parigi del 1871, la quale durò appena due mesi prima di essere soffocata nel sangue mediante un genocidio, perpetrato sul popolo parigino, senza precedenti nella storia, con esecuzioni di massa, deportazioni, torture: le acque del fiume Senna non riuscivano mai ad estinguere il rosso del sangue delle vittime, migliaia di uomini e donne morti per un ideale superiore anche a quello di Mazzini, che lui forse, accecato da esaltazioni mistiche che nulla potevano giovare alla realtà dei fatti, non capì fino in fondo; cosa che gli costò una dura critica e una rottura nell'amicizia con Garibaldi, il quale appoggiò fino in fondo la rivoluzione parigina. Il compagno Mikail Bakunin, che nel 1864 fu accolto in Italia dietro preasentazione di Mazzini, ebbe la stessa reazione. In questo caso si comportò similmente ai suoi detrattori clericali e questa fu una debolezza, un lato oscuro che fa molto dispiacere. Si può ben dire che Giuseppe Garibaldi, alla luce di questo episodio, fosse molto più realista di ciò che fu il suo alleato. Giuseppe Mazzini morì a Pisa il 10 marzo 1872.

CAMILLO BENSO CONTE DI cAVOUR (1810-1861): IL REGNO D'ITALIA, L'ALLEANZA CON NAPOLEONE III, LA DESTRA STORICA, GLI ACCORDI CON URBANO RATTAZZI, LE CONFISCHE DEI BENI ECCLESIASTICI, GLI ACCORDI DI PLOMBIERES, LE DISCORDIE CON GARIBALDI E MAZZINI, L'INDUSTRIALIZZAZIONE, I SAVOIA

Nel 1861, anno della proclamazione del Regno d'Italia che avrebbe unito il Paese sotto la corona di Vittorio Emanuele II, dopo lo sbarco dei Mille capeggiati da Garibaldi fra il 1859-'60, la penisola era in gran parte unita sotto l'egida sabauda, tranne il Triveneto ed il Lazio. Primo presidente del Consiglio dei Ministri del nuovo Regno fu Camillo Benso Conte di Cavour. Sebbene le sue idee fossero in conflitto con la filosofia mazziniana, fu liberale, progressista ed anticlericale. Sostenne l'espansionismo del Regno di Sardegna contro la cattolica Austria e lo Stato Pontificio. Cavour fu a capo della Destra Storica e dopo la sua nomina a Presidente del Consiglio siglò un accordo con la Sinistra moderata di Urbano Rattazzi nel 1852; accordo che non fu accettato dall'estrema sinistra. Le idee più conservatrici e filo-borghesi, Cavour le attinse certamente dal suo viaggio a Parigi nel periodo successivo alla Restaurazione, quando assunse il potere la casa d'Orleans, ramo cadetto dei Borboni. Perciò i suoi interessi politici coincidevano con quelli della nuova classe della borghesia capitalistica, promuovendo il progresso industriale e tecnologico ed il libero scambio; interessi certamente meno idealistici ed avveniristici di quelli garibaldini, ma corrispondenti alle esigenze di quel preciso momento storico. La Gran Bretagna (paese della Rivoluzione Industriale per eccellenza) non poteva che appoggiare le idee di Cavour (come appoggiò anche i moti rivoluzionari risorgimentali), ma, da questo punto di vista, il cambiamento si poteva, onestamente, considerare come un passaggio di testimone dal vecchio oppressore (religioso, oscuro e tradizionalista), ad un nuovo despota non meno efferato: il capitalismo industriale, che durante tutto il XIX secolo ridusse la maggior parte della popolazione, ridotta a proletariato, in uno stato di vera e propria schiavitù; ogni diritto conquistato successivammente lo fu a prezzo di sangue e sacrificio di intere popolazioni. L'Inghilterra aveva anche un'interesse strategico nell'appoggio alla rivoluzione italiana: il timore per la sempre crescente potenza germanica. Un elemento molto importante del pensiero di Cavour era il convincimento che, senza unità nazionale e spirito patriottico, non ci sarebbe stata coesione sociale e senza coesione sociale non avrebbero attecchito i princìpi morali, i sentimenti di dignità e l'intelligenza, qualità che sarebbero sorte solo qua e là in individui particolarmente privilegiati. Non è questo ciò che oggi sta accadendo? L'apparente unità nazionale non può integrare la reale frammentarietà delle comunità, creando terreno fertile per lo sviluppo di un individualismo negativo, per cui ognuno, non sentendosi parte di un tutto, si occupa solo dei propri meschini interessi. Fin dal suo ingresso alla Camera dei Deputati nel 1848, Cavour divenne una figura fondamentale del panorama politico piemontese. Nel 1849 venne eletto al Parlamento e iniziò subito una strenua lotta contro l'ingerenza clericale, per la libertà di stampa e per la laicità dello Stato. Lo Statuto Albertino conteneva elementi fortemente progressisti e questo poteva permettere al Piemonte di fronteggiare l'area reazionaria cattolica che imperversava nel resto d'Italia. In particolare con le leggi Siccardi nel Regno di Sardegna si potè abolire gran parte dei privilegi ecclesiastici, soprattutto il divieto di alienazione dei beni ecclesiastici, il diritto per la chiesa di possedere un tribunale a parte per giudicare i propri appartenenti e l'impunità giuridica per coloro che si fossero rifugiati all'interno di edifici ecclesiastici. Il risentimento cattolico fu fomentato ulteriormente con l'istituzione, nel 1852, del matrimonio civile. Con Cavour come Presidente del Consiglio vennero inaspriti i già duri aspetti anticlericali della Legge Siccardi, grazie anche alla sua alleanza con la sinistra di Rattazzi. Una fresca folata di vento nuovo soffiò nel Regno per la società civile ed un ombra scura sull'istituzione ecclesiastica: a raffica si passò all'abolizione di numerosissimi ordini ritenuti inutili e parassitari, con il conseguente sfratto di migliaia di frati e suore e successiva annessione dei beni ecclesiastici allo Stato. Tutto ciò avvenne nell'anno 1855. L'opera più importante che Cavour intraprese per il nord fu la modernizzazione attraverso l'equiparazione della penisola al resto d'Europa, dove il progresso tecnologico e scientifico aveva già fatto grandi passi e lo fece mediante il perfezionamento della linea ferroviaria, l'innovazione nel settore dell'agricoltura, l'industrializzazione, l'apertura del traforo del Frejus nel 1857. Tutta questa corsa al progresso allargò ancor di più il divario fra nord e sud della penisola; di conseguenza al Conte non importava l'annessione del Sud alle regioni settentrionali, perchè considerava ciò un fardello e non riteneva opportuna la successiva centralizzazione. Durante gli accordi di Plombières con Napoleone III nel 1858, fu stipulata un'alleanza fra il Regno di Sardegna e la Francia; la penisola avrebbe dovuto essere divisa in tre Stati: uno al Nord sotto la monarchia sabauda, uno al centro con il Granducato di Toscana, Roma e i suoi dintorni sarebbero rimasti al Papa, il Regno delle due Sicilie al Sud sarebbe rimasto sotto la guida del Re Ferdinando di Borbone (dobbiamo tenere presente lo stato di decadenza in cui versava a quel tempo la monarchia borbonica). I due terzi dell'Italia, però, sarebbero passati sotto il controllo francese, per assicurare Napoleone III di poter esercitare in questo modo anche il controllo del Piemonte (la regione più sviluppata industrialmente). Gli accordi di Plombières rischiavano di essere compromessi dalla spedizione dei Mille, capeggiata da Giuseppe Garibaldi e allo scopo di evitare incidenti con la Francia (alleata del Papa) Cavour spedì una nave nelle acque di Toscana per fermare Garibaldi appena seppe della sua intenzione di sbarcare nello Stato Pontificio, nel 1860. Nello stesso periodo Cavour riuscì a sventare una spedizione mazziniana che, dalla Toscana, puntava verso lo Stato Pontificio; in questi frangenti Cavour si dimostrò palesemente antirivoluzionario, essendo il suo progetto quello di un'alleanza fra il Regno di Sardegna e la Francia post-Restaurazione di Napoleone III, che avrebbe creato un fronte compatto contro l'Austria. Resosi successivamente conto dell'impossibilità di ignorare la "questione romana", Cavour diede inizio a importanti incontri diplomatici con il governo francese al fine di ottenerne l'avvallo per un'occupazione dello Stato Pontificio e la successiva perdita del potere temporale da parte del Papato. Napoleone III rimase sulle sue posizioni a favore del Papa e Cavour propose a quest'ultimo la rinuncia al potere temporale in cambio di una cospicua rendita annua, annunciando il principio di "libera chiesa in libero Stato" che Pio IX, da intransigente qual'era, rimandò al mittente. Frenata la prima missione garibaldina contro lo Stato Pontificio, ora Cavour doveva decidere cosa fare di quest'ultimo, a cui rimaneva il dominio sul Lazio. Ma il 29 maggio 1861, dopo un duro scontro con Garibaldi che non voleva trasferire al Nord il suo esercito meridionale, Cavour ebbe il primo malore che lo avrebbe portato alla morte, per le conseguenze di una febbre malarica. E' da ricordare l'opposizione che il Conte sempre attuò nei confronti di Mazzini che, dopo il 1930, fu esiliato a Ginevra dal governo piemontese. Quando Napoleone III sfuggì ad un attentato anarchico nel 1858, Cavour incolpò Mazzini e il suo Partito d'Azione, definendolo "il capo di un'orda di fanatici assassini" oltreché "un nemico pericoloso quanto l'Austria". Mazzini, dal canto suo, dopo aver condannato l'attentato a Napoleone III, così si rivolse a Cavour dalle pagine del giornale "Italia del Popolo": "Voi avete inaugurato in Piemonte un fatale dualismo, avete corrotto la nostra gioventù, sostituendo una politica di menzogne e di artifici alla serena politica di colui che desidera risorgere. Tra voi e noi, signore, un abisso ci separa. Noi rappresentiamo l'Italia, voi la vecchia sospettosa ambizione monarchica. Noi desideriamo soprattutto l'unità nazionale, voi l'ingrandimento territoriale". Il ruolo di Cavour nell'unità nazionale è sempre stato dibattuto dagli storici, per la sua ambiguità: all'inizio pensava che un'unione dell'intera penisola sarebbe stata impossibile per l'ostacolo rappresentato dalla presenza dello Stato Pontificio, successivamente si vide costretto a proporre al Pontefice la rinuncia al potere temporale per completare il disegno sabaudo di dominio sull'intera penisola.

GIUSEPPE GARIBALDI (1807-1882): GRAN MAESTRO D'ORIENTE, L'ANTICLERICALISMO, L'AMBIVALENTE CONSIDERAZIONE DI MARX NEI SUOI CONFRONTI, L'INTERNAZIONALE, L'APPOGGIO ALLA COMUNE DI PARIGI, LA ROTTURA CON MAZZINI, IL PIU' AMPIO ORIZZONTE DELLE IDEE GARIBALDINE, I DISCORSI FAMOSI, RAFFAELE LACERENZA, LE 5 GIORNATE DI MILANO, L'IMPRESA DEI MILLE

Le idee di un professore di retorica, Emile Barrault, seguace del filosofo Henri de Saint Simon (fondatore del socialismo francese), che nel 1853, a capo di un gruppo di esiliati francesi, s'imbarcò sulla sua nave per raggiungere la Turchia, aiutarono Giuseppe Garibaldi a conoscere sè stesso e a formare la propria personalità; questa la frase che Garibaldi affermò essere stata alla base della sua ammirazione: "Un uomo, che, facendosi cosmopolita, adotta l'umanità come patria e va ad offrire la spada ed il sangue a ogni popolo che lotta contro la tirannia, è più di un soldato: è un eroe".
Il suo primo viaggio per mare lo portò sulle sponde del Mar Nero con il Capitano Angelo Pesante. Dopo molte esperienze marinare e rivoluzionarie, a partire dal Paraguay, Garibaldi venne iniziato alla Massoneria nel 1844, nella Loggia irregolare Asilo de la Vertud di Montevideo, in Brasile.  Nel 1862, a Palermo, verrà elevato al grado di Maestro Massone e, successivamente, al trentatreesimo grado del Rito Scozzese Antico ed Accettato. Due anni più tardi venne eletto Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia, con sede trasferita da Torino a Firenze; questo nuovo ruolo gli consentì di rafforzare l'influenza massonica in Italia e coordinarne l'attività. Il suo disegno consisteva nel superamento dei contrasti fra le varie Logge esistenti dal Nord al Sud Italia, nel nome di un obiettivo comune che le avrebbe rese più forti: l'unità d'Italia e il suo ruolo guida per l'emancipazione di tutti i popoli del mondo, com'era nel suo pensiero e nelle sue iniziali intenzioni. Nel 1872 Garibaldi scrisse questo discorso: “Io credo che siamo tutti d’accordo nel riconoscere il profondo malcontento di tutta Italia; malcontento per cause economiche, politiche e morali; nell’ammettere che, per toglierlo, tutti gl’interessi debbano essere rappresentati nel governo della cosa pubblica; nel volere pertanto il voto universale e l’abolizione del giuramento, a ciò che tutte le opinioni abbiano un voto in Parlamento; nel volere soppresse le guarentigie; tolto il culto ufficiale ed indivisa la sovranità dello Stato; rimaneggiato il sistema tributario a ciò che paghi solamente e progressivamente chi ha; rotta la centralizzazione e avviato un sistema di verace decentramento; armata la nazione per essere in grado di liberare le province irridente; arati e bonificati i due quinti del territorio italiano, incolto o paludoso, fecondandolo con i 115 milioni dei beni ecclesiastici invenduti; utilizzati a pro dei poveri i 1500 milioni di Opere pie, in gran parte goduti dagli amministratori, dai frati e dalle oblate; guarita, con tutti i rimedi che ispira l’affetto e suggerisca la scienza, la gran piaga della miseria; proporzionata l’autorità del potere legislativo e dell’esecutivo; e per ottenere questi risultati è necessario rivedere lo Statuto; insufficiente e inferiore ai nuovi bisogni della patria, a ciò che essa si regga non con una carta largita trent’anni addietro ad una sola provincia, ma posi e stia sovra un patto nazionale. A me pare che queste siano le principali idee sulle quali non corra divario fra noi. Principiamo col far trionfare quella che le contiene tutte e dalla quale tutte deriveranno, il suffragio universale e l’abolizione del giuramento”. E nel 1873 scrisse: "Perché tutte le associazioni italiane tendenti al bene non si affratellano e non si pongono per amore d’indispensabile disciplina sotto il vessillo democratico del Patto di Roma? La più antica e la più veneranda delle società democratiche, la Massoneria, non darà essa l’esempio di aggregazione al fascio italiano? Le società operaie, internazionali, artigiane, ecc. non portano esse nel loro emblema la fratellanza universale, quanto la Massoneria? Formate il fascio, adunque, repubblicani ringhiosi; stringetevi intorno al Patto di Roma”. Garibaldi ottenne la carica di Gran Maestro d'Oriente "ad vitam", nel 1881 assunse la carica di Gran Ierofante. Per quel che riguarda i rapporti con Marx, essi furono ambivalenti: Marx ed Engels avevano sempre espresso viva ammirazione per le sue imprese (anche se in seguito furono delusi a causa dell'intromissione di monarchia sabauda e papato nelle sommosse rivoluzionarie; per esempio durante le 5 giornate di Milano del 1848 contro gli austriaci, sui muri della città si potevano leggere scritte inneggianti al Papa: "W Pio IX", mentre ben sappiamo che le "aperrture" del Papa alle istanze rivoluzionarie non sarebbero durate a lungo), ma uno spiacevole, quanto inevitabile, episodio occorso nel 1863, nell'occasione di un ricevimento londinese, chiarì definitivamente il risentimento di Marx nei confronti del suo moderatismo socialista; infatti Marx non volle riceverlo per timore che ciò desse ad intendere un suo avvallo alle idee garibaldine, diverse per molti aspetti dalle sue, bollandolo addirittura con l'appellativo di "asino"; Marx, evidentemente, aveva già presagito la piega che avrebbero preso gli eventi con l'intromissione della dinastia sabauda nei fatti rivoluzionari e ne volle prendere le distanze, anche se Garibaldi appoggiò la Comune di Parigi del 1871. Non per nulla viene da molti considerato "comunista", ma forse sarebbe da collocare in un ambito più ampio, come tutte le grandi personalità storiche, indefinibile e non classificabile perchè aveva l'ambizione di essere superiore a qualsiasi ideologia (se il comunismo fosse un'ideologia e non invece la naturale condizione della convivenza, l'unica in cui verrebbero soppresse le limitazioni al progresso e allo sviluppo individuale, non vigendo più gli interessi di una classe dominante, ma quelli universali). Questo suo moderatismo si prestava invece ad ogni tipo di strumentalizzazione, come ben intuirono Marx ed Engels. Quello che Garibaldi non condivideva del marxismo era la sua presunta esasperazione materialistica (che così non è in realtà, perchè il "materialismo" marxista altro non è che "realismo", cioè l'unica condizione dalla quale possono scaturire elementi di spiritualità autentica, perchè non condizionati da interessi e privilegi), nemmeno la sua idea sociale che implicava la totale soppressione della proprietà privata, favorendo invece l'idea di una socializzazione dei mezzi di produzione; Garibaldi aborriva lo strapotere della classe dominante sullo Stato e sulle condizioni sociali del resto della popolazione, ma credeva fermamente nell'iniziativa privata e nel percorso individuale (anche se, riguardo a quest'ultimo, esso non è in contrasto con una società a base comunista, anzi, l'abolizione della concorrenza a favore della collaborazione, a mio avviso, permette ad ognuno di realizzare sè stesso senza porlo nell'angoscia di una condizione socialmente sfavorevole; credo che il capitalismo sia basato fondamentalmente sul traguardo dei più furbi, non dei più meritevoli). La grandezza di Garibaldi gli permise di abbracciare però la causa comunista e di scrivere nel 1872 in una lettera indirizzata a Celso Cerretti: "L'Internazionale è il sole dell'avvenire". Queste le parole con cui il sociologo e politologo Roberto Michels (1876-1936) ricorda la sua enorme influenza sulla gioventù dell'epoca: "L'atto dell'idolo loro, Garibaldi, di dichiararsi internazionalista, al cospetto della Comune di Parigi, e di prendere, con le parole e con gli scritti, parte per il socialismo, fece loro un'immensa impressione e fece maturare, in un attimo, in essi la ferma volontà di redimere la patria, politicamente redenta, anche socialmente. A poco a poco, divenne abitudine, ovunque si costituiva una società operaia o socialista aderente all’Internazionale, di eleggere Garibaldi a presidente onorario, onoranza che egli sempre accettava con piacere". Iniziò allora il declino della popolarità di Mazzini in favore del più lungimirante e aperto pensiero di Garibaldi.
Il pensiero di Garibaldi, già influenzato dall'ideologia mazziniana, ma privo del fervore mistico di quest'ultima, aveva anch'esso forti connotati panteistici e, similmente al concetto di divinità abbracciato da Mazzini, concepiva il mondo come un luogo di realizzazione delle infinite possibilità dell'esistenza. Credeva nell'immortalità dell'anima (anche se la parola "credere" non era molto adeguata alla sua personalità) ma non in un disegno superiore, ritenendo ognuno fautore del proprio destino e fondamentalmente libero e responsabile delle proprie scelte. Considerava il mondo, o meglio, i mondi, come emanazione dell'infinita intelligenza divina. Allo stesso modo in cui concepiva un'origine divina delle cose, aborriva ogni forma di religione istituzionalizzata, nutriva un comprensibile disprezzo per il clero mettendone in luce l'essenza criminale; queste le sue parole in un autografo famoso: "Ora trasportiamoci per un momento nel Concilio di quelle faccie di lardo, che premono oggi i sedili del Vaticano; e si credono di decidere delle sorti del mondo, perché il despotismo impedisce agli Italiani di cacciarli a pedate. In quel consiglio dei padri della menzogna, si discute: sul migliar modo di far retrocedere il progresso umano; di annientare tutte le conquiste della ragione, ch'essi chiamano eresie; ed infine di sancire l'infallibilità del prete carnefice.
Se essi non tentano di far rivivere le torture ed i roghi, non è perchè manchino di voglia; ma perchè le nazioni moderne al chiarore dei roghi, ed al lezzo della carne umana, non avrebbero più la pazienza dei tempi passati, e finirebbero per precipitare nelle fiamme i Torquemada moderni". Se Benigni, nelle sue pantomime in memoria del Risorgimento, si degnasse anche di ricordare questi pensieri garibaldini...forse non sarebbe stato invitato in tv.
Occupiamoci ora delle imprese di Garibaldi in Sudamerica, che furono molte ed ammirevoli, a cominciare dalla rivolta dei Farrapos (borghesi, intellettuali e commercianti) a Rio Grande do Sul, contro l'Impero del Brasile (fondato con l'indipendenza dalla corona portoghese nel 1822), che portò alla fondazione della Repubblica Juliana, o "di Santa Caterina", nel 1838, che finì però nello stesso anno, durando pochi mesi.  Nel 1843, assieme ad una schiera di 700 immigrati italiani di Montevideo, forma la Legione Italiana, che combattè la guerra civile uruguayana in difesa del governo del generale Fructuoso Rivera, leader dei Colorados, contro i Blancos. I primi erano di idee liberali, aperti ai cambiamenti e diplomatici nei confronti degli stati sudamericani, i secondi avevano un'ideologia totalitaria e premevano per un regime controllato dall'esercito connotato da chiusure con ogni diplomazia esterna. Fu in quest'occasione che vennero scelte le celebri camice rosse per i legionari garibaldini, ottenute con poco denaro da una stoffa di questo colore usata dai macellai per confondere le macchie di sangue; come bandiera della Legione venne scelto un fondo nero con la figura del Vesuvio in eruzione. Dopo molte battaglie e numerose vittorie, il governo uruguayano volle ricompensare i combattenti italiani con la cessione di alcuni terreni. Le gesta della Legione Italiana ed i riconoscimenti del governo di Montevideo, vennero resi noti in Italia grazie all'opera divulgatrice di Angelo Raffaele Lacerenza: medico, militare, massone napoletano che fu prima mazziniano, poi garibaldino, combattendo nelle rispettive file dei due padri del Risorgimento; la sua vita fu eroica e dedita al sacrificio per la libertà e la laicità. Garibaldi, dopo le imprese americane, fece ritorno in Italia nel 1848; incontrò Mazzini a Milano, ma non gli fece una bella impressione, poichè le loro idee erano alquanto diverse. Era il periodo in cui scoppiò la prima guerra d'indipendenza italiana, iniziata anche con la Rivoluzione Siciliana dello stesso anno contri i Borbone, volti ormai alla decadenza. La Rivoluzione Siciliana nacque sull'onda di quella che fu chiamata "primavera dei popoli", consistente in una serie di sollevazioni che in quell'anno (1848) coinvolsero tutta l'Europa. In seguito la monarchia borbonica venne dichiarata decaduta e istituito un governo costituzionale dai nobili siciliani in quello che venne dichiarato lo Stato indipendente di Sicilia. Ma questa conquista durò poco: nel 1849 i rivoluzionari vennero sconfitti e ricostituito il Regno delle due Sicilie. Nello stesso anno 1848, a Milano scoppiarono le 5 giornate rivoluzionarie contro gli austriaci, accompagnate da simili sollevazioni in Boemia, Croazia, Ungheria e Francia. Carlo Alberto di Savoia cavalcò l'onda dei moti milanesi facendo pubblicare un proclama dove affermava di stare dalla parte degli insorti ed inviò un esercito in loro aiuto; come dicemmo in precedenza, fu qui che Marx ed Engels rimasero perplessi, ritenendo l'iniziativa monarchica un'usurpazione della rivolta popolare. Ma pochi mesi più tardi, nello stesso anno, gli austriaci rientrarono a Milano capeggiati dal generale Radetzky. A Luino nel 1848 Garibaldi si scontrò per la prima volta con gli austriaci capeggiati proprio dal maresciallo Radetzsky. Nel 1849 Carlo Alberto di Savoia, che non ebbe mai buoni rapporti con Garibaldi, abdica a favore di Emanuele II. Nel 1849 Garibaldi andò a combattere in difesa della Repubblica Romana appena sorta con l'estromissione dal potere di Pio IX e minacciata dall'esercito francese e napoletano che difendeva il potere papale. In questa occasione Garibaldi fu ferito da soldati francesi, ma per fortuna si salvò perchè la pallottola impattò il pugnale deviandone la direzione. La brevissima vita di questa Repubblica (5 mesi) venne governata da un triumvirato composto da Carlo Armellini, Giuseppe Mazzini ed Aurelio Saffi. Nell'agosto 1849 morì la moglie Anita Garibaldi, che da sempre lo seguiva nelle sue imprese. In seguito a molte traversie, nelle quali non ebbe nemmeno il tempo di dare degna sepoltura al corpo della moglie, a Porto Venere in Liguria Garibaldi fu arrestato dal commissario straordinario Alfonso la Marmora, fratello di Alessandro La Marmora, fondatore dell'omonimo corpo dei Bersaglieri. Venne successivamente liberato per intervento dei parlamentari Urbano Rattazzi, Giovanni Lanza e Agostino De Pretis. Fu anche avanzata la proposta di un'immunità parlamentare, ma Garibaldi rifiutò quest'idea. Undici anni più tardi, nel 1860, con l'avvallo e la protezione del Regno di Sardegna governato dalla monarchia sabauda, Garibaldi attuò l'impresa dei Mille: una spedizione di mille volontari che avrebbero dovuto salpare verso le coste siciliane per spodestare il Regno delle due Sicilie, con l'intenzione di annetterlo al resto della penisola, sotto l'egida dei Savoia. E fu ciò che avvenne. La spedizione fu voluta dal regno sabaudo, ma avversata da Cavour che non riteneva opportuna, anzi, considerava un peso per il nord già avviato all'industrializzazione, l'annessione di un sud ancora fondamentalmente feudale. Inoltre non vedeva di buon occhio Garibaldi e le sue idee socialiste. Il terreno per la conquista del Sud, prima della partenza di Garibaldi da Quarto in Liguria, fu preparato con la fomentazione di una rivolta a Palermo ed il 5 maggio dello stesso anno i Mille (per l'esattezza 1084), partirono da Quarto, presso Genova. L'undici maggio sbarcarono a Marsala, dopo numerose vittorie contro l'esercito borbonico,  conquistarono Palermo. Re Francesco II di Borbone (sovrano delle due Sicilie) ormai sconfitto promise una Costituzione per Napoli e l'autonomia della Sicilia, dichiarandosi alleato del Piemonte. Ma, nel frattempo, Garibaldi aveva già conquistato tutta l'isola e spodestato i Borboni. Il 26 ottobre 1860 l'esercito piemontese entrò a Napoli e a Teano Garibaldi depose la dittatura nelle mani del Re Vittorio Emanuele II; l'ingresso dell'esercito piemontese a Napoli fu anticipato dall'arrivo nella città partenopea di Garibaldi, il 7 settembre 1860, il quale fu seguito da una folla festante. Nella prassi del pensiero garibaldino e mazziniano, il periodo della dittatura sarebbe dovuto durare solo fino a che le nuove condizioni sociali e l'ordine non si fossero stabiliti. Appena due anni più tardi, nel 1862, Garibaldi, approfittandosi della morte di Cavour, tentò di nuovo la conquista dello Stato Pontificio partendo da Caprera e, direttosi verso la Sicilia, quivi trovò molti fedelissimi disposti a seguirlo. Una nuova epopea garibaldina stava iniziando al grido di "o Roma o morte!". Ma questa volta le condizioni non furono come al tempo della spedizione dei Mille, perchè Garibaldi dovette agire senza l'appoggio del governo di Torino, guidato da Urbano Rattazzi, il quale non aveva nessuna intenzione di inimicarsi l'alleato francese. Venne quindi dato l'ordine di fermare la spedizione, che già aveva raggiunto la Calabria, e Garibaldi fu arrestato proprio sull'Aspromonte, dove avvenne uno scontro con gli inviati del governo piemontese. La terza guerra d'indipendenza del 1866, diede a Garibaldi nuovo impulso per portare a termine l'impresa che lo ossessionava: la presa di Roma. La sorte volle che al governo ci fosse ancora il Rattazzi, che, nonostante Garibaldi avesse raggruppato circa 10.000 volontari per la spedizione, lo fece di nuovo arrestare, con più decisione di prima, costringendo il prigioniero ad una rocambolesca fuga. Peraltro i francesi e Napoleone III, già avevano preparato le truppe per difendere il Papa da un eventuale invasione dei volontari garibaldini, nel caso in cui questi avessero varcato i confini del Lazio. Nello stesso anno 1867 Garibaldi riuscì però ad entrare a Roma, sperando di poter fomentare una rivolta popolare, ma questa non ci fu e la missione fallì miseramente, bloccata dall'intervento delle truppe pontificie, capeggiate dal generale Hermann Kanzler nella famosa battaglia di Mentana. L'esercito nemico ebbe dalla sua l'inferiorità numerica delle truppe garibaldine e molte defezioni che in esse si verificarono. Lo scoppio della guerra franco-prussiana (1870), però, affossava, con Napoleone III, l’ultimo, grande protettore del papa. I tempi erano ormai maturi. La mattina del 20 settembre 1870 a Roma si udirono tuonare i cannoni: si apriva una breccia in Porta Pia.

LA MAFIA COME BRACCIO ARMATO DELLA VECCHIA CASTA FEUDALE E COME BALUARDO DELLE TRADIZIONI RELIGIOSE E DELL'ASSOLUTISMO MEDIEVALE. IL COMPROMESSO CON LO STATO UNITARIO. GLI ECCIDI POST-UNITARI SUI LAVORATORI. IL MASSACRO DI CALTAVUTURO. I MASSACRI DI FRANCESCO CRISPI. LA SOPPRESSIONE DEI FASCI SICILIANI. IL MASSACRO DI MILANO DEL 1898. MASSACRO DI RIESI. FAVOLA DEI BEATI PAOLI.

Questo argomento estremamente importante per capire anche le dinamiche degli avvenimenti del XX secolo, merita di essere sottolineato da un paragrafo a parte. Com'è possibile che 150 anni dall'unità d'Italia non siano serviti a debellare il fenomeno mafioso? Quali sono le sue radici e da chi è stato protetto e sostenuto per un secolo e mezzo della nostra storia? E' fatto accertato che Garibaldi non si fece scrupolo nell'arruolare i cosiddetti "picciotti" nelle file del suo esercito: queste squadre erano formate da uomini disposti a tutto per servire gli interessi dei baroni e dei grandi proprietari terrieri dei quali erano al soldo. I mafiosi erano ex guardiani di terreni che nel tempo ottennero favori e possidimenti dai latifondisti per il loro servizio di "protezione" a favore di quest'ultimi. Per questo la mafia viene considerata dagli studiosi come un fenomeno di origine rurale, che trova il suo parallelismo nelle tradizioni religiose assolutistiche e nell'autortitarismo medievale. La spedizione dei Mille fu un evento sottilmente preparato, frutto di trame ed accordi prestabiliti: Francesco Corrao e Rosolino Pilo sbarcarono in Sicilia prima dell'arrivo dei 1099 capeggiati da Garibaldi e Nino Bixio, e prima di fomentare le rivolte contattarono i potenti baroni Mistretta e Sant'Anna con i quali stipularono un'intesa per la partecipazione dei picciotti all'impresa dei Mille. Non vi è dubbio che ciò sia stato fatto, forse in buona fede da parte di Garibaldi, che fu destinato a trasformarsi sempre più, da eroe dei due mondi, a strumento armato dagli interessi di monarchie e magnati del capitalismo. In realtà i Savoia non ebbero alcun interesse, dopo la conquista del Sud, ad emancipare le popolazioni da secoli vessate da clero latifondista e baronie medievali, bensì tradirono le aspettative di libertà e diritti che quelle popolazioni si aspettavano dall'unità d'Italia, avendo pagato un alto prezzo di sangue e sacrificio con l'arruolamento di migliaia di giovani nelle file dell'Esercito Meridionale, con la ricompensa che poi esso fu sciolto con un decreto di Cavour, lasciando per strada migliaia di volontari che furono costretti al brigantaggio per sopravvivere e ribellarsi a questa situazione. Non venne attuata la riforma agraria, che avrebbe consentito un'equa distribuzione delle terre, non venne debellata la mafia, perchè le organizzazioni criminali consentivano alla borghesia industriale di sfruttare quei territori ricchi di risorse minerarie e, soprattutto, di mano d'opera a basso costo che, costretta dalla miseria ad emigrare al nord, avrebbe sopportato qualsiasi condizione di sfruttamento. Fu così che andarono "a farsi benedire" i nobili ideali che avrebbero dovuto concretizzarsi dalla rivoluzione risorgimentale: dimenticati, rinnegati, sepolti sotto il fango di interessi meschini, della sete di potere e degli affari che animano lo squallido orizzonte di un sistema capitalistico che sostituì i vecchi padroni ai nuovi, non meno efferati. Per quel che riguardò il Sud, non li sostituì nemmeno, perchè venne stipulata un alleanza fra la borghesia e i latifondisti, e quest'alleanza doveva essere indirizzata ad impedire lo sviluppo industriale e l'emancipazione culturale del Meridione, trasformandolo in terreno di preda e nuovo sfruttamento. La mafia pone le sue radici nella mentalità e nella brutalità del regime feudale a cui era sottoposto tutto il sud all'epoca del Risorgimento e fino agli anni '60 del XX secolo; i contadini vivevano in una condizione di servitù della quale beneficiavano baronie e clero; queste due categorie esercitavano un potere crudele sui contadini, in tutto simile se non peggiore a quello della servitù della gleba nella Russia Imperiale, abolita nel 1861; questo potere veniva esercitato attraverso il controllo ceduto a guardiani che erano incaricati di punire i "contadini" che contravvenissero alle richieste padronali. Lo Stato Pontificio fece sempre da cuscinetto tra Nord e Sud della penisola impedendo l'influsso dei cambiamenti europei. All'arrivo dei garibaldini nel 1860, il regime borbonico, alleato dello Stato Pontificio, aveva già subito rivolte con altissimo prezzo di sangue da parte delle masse contadine che si ribellavano alle dure condizioni a cui erano sottoposte e la popolazione guardava con speranza e fiducia a quelli che considerava dei liberatori, non pensando di essere poi tradita e trattata allo stesso modo in cui venne trattata dai precedenti dominatori. Il regime medievale, latifondista e basato sulle caste sociali è l'unico sistema in cui può sopravvivere l'istituzione ecclesiastica e in cui i dogmi religiosi possano avere un senso; tutto ciò che non fa parte di questo regime è veleno, sabbia mobile e decadenza per la chiesa cattolica; soprattutto la democrazia e l'istruzione pubblica. La mafia stessa altro non è che una propaggine attiva delle regole e dei valori religiosi: famiglia gerarchica, potere assoluto, omertà. La strana leggenda, delle origini della mafia dai tre cavalieri del XV secolo: Osso, Mastrosso e Carcagnosso e della società segreta dei Beati Paoli nata per difendere i poveri dai soprusi dei potenti, è una favola romantica, inventata nel XIX secolo, senza alcun fondamento e sorge il dubbio che non fosse ideata proprio per giustificare l'esistenza dell'organizzazione mafiosa. Lo Stato unitario in realtà nacque dal compromesso con questi strascichi medievali. Su quelle basi lo Stato italiano nacque estremamente accentratore ed avverso ad ogni istanza sociale. Il terreno su cui la mafia prospera è il terreno dell'oppressione, della paura, del bisogno e della mancanza di diritti, lo stesso terreno su cui prosperano le religioni istituzionalizzate. Basti pensare ai numerosi eccidi di lavoratori, al Sud come al Nord, rei di manifestare contro le condizioni a cui erano costretti, al massacro di  Caltavuturo contro i Fasci Siciliani dei lavoratori (istituiti nel 1° maggio 1891 da Giuseppe de Felice Giuffrida), quando l'occupazione simbolica di alcune terre da parte di contadini venne terminata con l'uccisione di 15 occupanti; le repressioni attuate da Francesco Crispi a favore dei proprietari terrieri tra il 1894-1895, con esecuzioni sommarie, arresti, stragi. Il Movimento dei Fasci Siciliani, primo tentativo post-unitario di emancipazione, per la riforma agraria e contro lo sfruttamento feudale, venne sciolto nel 1894, su istanza della mafia e degli stessi proprietari terrieri che ne chiesero la soppressione. I Fasci dei Lavoratori rappresentavano l'unico baluardo contro la mafia, la quale sarebbe da lungo tempo scomparsa se le classi più deboli si fossero  riscattate con l'unità nazionale. Ma la lotta dello Stato contro le classi lavoratrici non fece distinzioni fra Nord e Sud, basti ricordare il massacro avvenuto con i moti di Milano nel 1898, attuato dalle truppe del generale Fiorenzo Bava Beccaris sui cittadini milanesi che protestavano contro le precarie condizioni di vita, con cannoneggiamenti e armi da guerra che uccisero centinaia di persone. Al generale Bava Beccaris, come ricompensa per aver represso i moti nel sangue, venne conferita la Croce del Grande Ufficiale dell'Ordine Militare dei Savoia. Molto più tardi, nel 1947, ricordiamoci la strage di Portella delle Ginestre, in Sicilia, attuata dai mafiosi al soldo dei proprietari terrieri, contro i partecipanti alla festa del 1° maggio, nell'anno in cui i partiti di sinistra erano in procinto di vincere le elezioni; la spedizione punitiva fu attuata dalle bande mafiose, con avvallo della destra e della chiesa cattolica, che si espresse per bocca del cardinale Ernesto Ruffini che così parlò della strage:  "inevitabile la resistenza e la ribellione di fronte alle prepotenze, alle calunnie, ai sistemi sleali e alle teorie antiitaliane e anticristiane dei comunisti".

IL TRADIMENTO DELLE ASPETTATIVE MERIDIONALI E LA MANCATA EMANCIPAZIONE DELLE MASSE POPOLARI. L'USURPAZIONE DELLA CAUSA RISORGIMENTALE DA PARTE DI INTERESSI STRANIERI E MONARCHICI. LO SCIOGLIMENTO DELL'ESERCITO MERIDIONALE

L'azione rivoluzionaria dei Mille seguì il primo tentativo rivoluzionario siciliano del 1849, appoggiato da Francia e Inghilterra, e attuato dalla nobiltà baronale contro il potere borbonico. Nei pochi mesi di vita in cui potè operare, nel nuovo Stato Siciliano venne scritta la Costituzione ed istituita la democrazia parlamentare. La Costituzione siciliana prevedeva che la Sicilia fosse uno Stato indipendente, ma nel governo coesistevano molte correnti, sia unitarie che indipendentiste. Il 28 febbraio 1848, Ferdinando II di Borbone riconquistò il potere, facendo un proclama ai palermitami secondo il quale ci sarebbe stato un nuovo statuto per l'isola. Garibaldi, su consiglio di Francesco Crispi, si affermò subito come autorità che avrebbe ricoperto tutti i ruoli della vecchia amministrazione istituendo un governo provvisorio dittatoriale in nome di Vittorio Emanuele II (la figura del "dittatore" risale all'antica Roma e consisteva nella funzione del "dictator", una magistratura incaricata di amministrare e riportare l'ordine nei casi di emergenza), giustificandola come una decisione necessaria a causa della confusione e della violenza che ancora imperversava nelle strade, con un popolo completamente disorientato; le sommosse popolari istigate prima dell'arrivo dei Mille non potevano essere considerate "patriottiche" o ispirate da ideali laici e libertari, ma consistevano in semplici subbugli e rivolte momentanee senza una direzione, senza un indirizzo preciso: erano masse affamate che davano sfogo alla loro disperazione incendiando le proprietà padronali, saccheggiando le rimesse, ecc...Nulla di ideologico, tantomeno aneliti d'unità. Le masse scontente avrebbero voluto subito realizzate le proprie aspettative per uscire da una condizione di miseria assoluta, soprattutto mediante la redistribuzione delle terre promessa dai liberatori. Il nuovo governo si limitò ad elargire "contentini" alla popolazione desiderosa di affrancarsi dai vecchi oppressori: eliminò l'imposta sul macinato, distribuì le terre a coloro che si erano battuti per la patria mediante la spartizione dei demani comunali, ma niente riforma agraria e soppressione del latifondismo. Per quel che riguardò la cultura, fino ad allora terreno esclusivamente ecclesiastico, vennero riammessi alle cattedre dell'Università degli Studi di Palermo tutti gli illustri scienziati allontanati dal regime borbonico: Gregorio Ugdulena alla cattedra di lingua ebraica; Gaetano Cacciatore alla cattedra di Astronomia; Salvatore Marchese fece ritorno alla sua cattedra di Catania riguardante Diritto Naturale ed Etica; Gioacchino Geremia a Letteratura Italiana; Benedetto Gravina, monaco e studioso, alla Facoltà delle Belle Arti. E dall'abolizione degli ordini dei Gesuiti e dei Liguorini giunsero i fondi per la pubblica istruzione. I figli dei caduti in battaglia per la liberazione del Sud dal regime borbonico, inoltre, furono adottati dallo Stato. Fu abolito il baciamano ed il titolo di Eccellenza, con l'intento di eliminare le usanze delle istituzioni feudali; è impossibile  non fare un paragone con il baciamano dei mafiosi e delle gerarchie clericali, per fare un ulteriore esempio di come la mafia sia uno strascico del vecchio regime feudale e profondamente religioso. Ma il Sud sarebbe rimasto territorio di arruolamento, con l'introduzione della leva obbligatoria, che causò tumulti e malcontenti, soprattutto dai contadini che dovevano pensare al raccolto e al pesante lavoro dei campi; di tassazione a favore dello stato centralista; di sfruttamento di manodopera a basso costo costretta ad emigrare per lavorare nelle fabbriche del Nord. La leva obbligatoria fu istituita con la scusa che potesse affrancare il governo dalla dipendenza da gruppi di volontari difficilmente amministrabili e che causavano spesso delle incontrollabili sommosse. Inoltre il decreto per la redistribuzione delle terre tanto atteso dai contadini non potè essere  applicato, creando disillusioni e altri tumulti. Nell'anno 1860, durante la dittatura garibaldina, il tragico episodio dei fatti di Bronte  purtroppo costituì una taccia d'infamia per la figura di Garibaldi e del suo generale Nino Bixio: dopo un'insurrezione popolare contro i possidenti, durante la quale vennero uccise 16 persone, 5 abitanti del villaggio siciliano di Bronte vennero condannati a morte dopo un processo sommario, fra le quali anche un malato mentale, freddato con un colpo alla nuca dallo stesso Bixio dopo che i soldati non ebbero il coraggio di colpirlo. Prima della partenza per quest'incarico repressivo, Bixio scrisse una lettera alla moglie dicendo che si trattava di una "missione maledetta". Questo episodio fece vergognare profondamente il generale Bixio negli anni successivi, ma dobbiamo sempre tenere presente che, nonostante le idee lungimiranti, la decantata grandezza d'animo e le aspirazioni che mossero i capi rivoluzionari, soprattutto Garibaldi, stiamo sempre parlando di uomini d'azione, non di filosofi o geniali pensatori. Inoltre, per essere più chiari, l'azione di Garibaldi e dei suoi generali non era e non poteva essere libera, ovvero seguire i principi che guidavano gli ideali più autentici del pensiero risorgimentale, perchè (e come Marx ed Engels più volte ribadirono nella loro delusione) la rivoluzione popolare fu usurpata da interessi stranieri (l'Inghilterra aveva nel Mediterraneo le sue principali rotte commerciali, perciò finanziò cospicuamente la missione dei Mille per instaurare un governo che l'avesse avvantaggiata), i Savoia, inoltre, erano una monarchia liberale, ma sempre legata agli interessi capitalistici della nuova classe borghese dominante. Perciò dobbiamo onestamente ricordare il Risorgimento come ricordiamo la Rivoluzione Francese: come un'opera incompiuta, guidata da grandi ideali usurpati da interessi alieni alla loro causa. La delusione di Marx fu pienamente legittimata. Per essere uomini d'azione in periodi di profondo cambiamento ed accellerazione dei processi storici (come lo fu anche Napoleone Bonaparte) è necessaria, purtroppo, una certa contradittorietà fra il pensiero e l'azione e una sicurezza che il pensiero filosofico e idealistico non potrebbe permettere. Perciò Giuseppe Garibaldi, al di là della retorica, dev'essere considerato per ciò che fu: non un filosofo, non un pensatore profondo, non uno scrittore, ma un uomo d'azione e come tutti gli uomini d'azione in ogni tempo e paese questo lo portò a dover sottostare a irrinunciabili compromessi, in contrasto con gli ideali per i quali si batteva. La questione del brigantaggio meridionale venne affrontata da Garibaldi accusando lo scioglimento dell'Esercito Meridionale, formato da volontari che si erano uniti ai garibaldini contro il regime borbonico, con un decreto di Cavour nel 1861. Questa fu la moneta con la quale venne ripagato il sacrificio di migliaia di camice rosse che, dopo la sconfitta del Regno delle Due Sicilie, vennero lasciati allo sbando, privi di sostentamento e costretti a dedicarsi al brigantaggio. Questa fu una grande sconfitta per Garibaldi, che non avrebbe mai pensato che coloro che avevano creduto alla causa risorgimentale fossero traditi e umiliati solamente in base alla propria appartenenza territoriale. Inoltre le aspettative di affrancamento della popolazione meridionale da secoli di servitù, sfruttata da clero e baronie, vennero calpestate dal compromesso che lo Stato unitario fece con le classi dominanti, ignorando la causa e i diritti degli oppressi. Questa delusione esacerbò il conflitto sociale e lo Stato finì per assumere connotati reazionari proprio ad opera dei patrioti che avevano combattuto per l'unità d'Italia e che occupavano i posti di governo, come Francesco Crispi, che da giovane nutriva idee di sinistra e partecipò addirittura all'attentato contro Napoleone III, ma dopo ottenuta la carica di capo di Governo, nel 1894 decretò che fosse sciolto il movimento dei Fasci Siciliani dei Lavoratori, pur sapendo che le associazioni dei lavoratori ed il rispetto dei diritti di quest'ultimi sarebbero stati l'unico deterrente contro la mafia; fu infatti la mafia stessa che, in concomitanza con i proprietari terrieri, chiese precedentemente a Giovanni Giolitti (precedente capo di Governo) di reprimere queste associazioni, ma egli non si piegò. Francesco Crispi, invece, decretò lo stato d'assedio contro i lavoratori siciliani, con l'ordine di mettere a ferro e fuoco l'isola e di sparare sulla folla dei contadini in rivolta, con conseguenza di decine di morti.
Quanto a Garibaldi, nel 1861 gli fu proposto dal console statunitense James Quiggle un posto di comando nell'esercito nordista; cosa che Garibaldi avrebbe accettato alla condizione che ci fosse stato un impegno indiscutibile per l'emancipazione degli schiavi e che egli sarebbe stato posto a capo di tutto l'esercito, non solo di un battaglione. Così la trattativa si concluse con un nulla di fatto. Ricordiamo che i revisionisti clericali accusano, senza prove e paradossalmente, Garibaldi di essere stato trafficante di schiavi; cosa assolutamente ridicola e assurda, in quanto egli liberò moltissimi schiavi dopo le sue vittorie contro gli imperiali in Sud America. Ma un presunto passaggio dato a un gruppo di cinesi nel 1852 sulla nave Carmen quando s'imbarcò per Hong Kong, ha offerto l'occasione a costoro di costruire la zoppicante favola del traffico di cinesi verso il Sud America, dove avrebbero dovuto lavorare a riscatto. Traffico di schiavi, peraltro, all'epoca in Cina non esisteva e nemmeno nei paesi limitrofi. Quindi questo discorso non merita di essere dilungato.

LA BRECCIA DI PORTA PIA O PRESA DI ROMA. LIBERA CHIESA IN LIBERO STATO. LE FALLITE SPEDIZIONI GARIBALDINE. GLI EROI DI PORTA PIA. RESPICIENTES EA. PLEBISCITO D'ANNESSIONE. EDMONDO DE AMICIS. LA FESTIVITA' SOPPRESSA.

Prima di inoltrarci fra le gesta degli eroi e dei martiri che furono protagonisti della presa di Porta Pia, dobbiamo ricordare lo sfregio che il sacrificio di quegli uomini subì con la soppressione della giornata festiva per la commemorazione del XX settembre 1870, assieme allo sfregio subito da tutta la società civile con il mantenimento, dopo l'accordo nel 1929 sotto il fascismo, dei Patti Lateranensi nell'attuale Costituzione. L'annessione dello Stato Pontificio all'Italia, già quasi completamente unita, con l'eccezione del Lazio e di Roma, avrebbe decretato la fine del potere temporale del Pontefice. Camillo Benso Conte di Cavour, già convertito alla causa centralista, nel 1860 prese contatto con il parlamentare Diomede Pantaleoni per le trattative tese a convincere Pio IX a cedere i territori posti sotto il suo governo. Queste le parole stesse di Cavour in un suo discorso nel 1860: "La nostra stella, o Signori, ve lo dichiaro apertamente, è di fare che la città eterna, sulla quale 25 secoli hanno accumulato ogni genere di gloria, diventi la splendida capitale del Regno italico". Per fare ciò si sarebbe dovuto ottenere il consenso del maggiore alleato dello Stato Pontificio: la Francia e a seguire l'intera Europa avrebbe dovuto convincersi dell'inevitabilità della separazione fra potere spirituale e temporale; in questi frangenti Cavour proclamò la sua massima "libera chiesa in libero stato", sperando che una religione assolutistica, che concepisce il potere indiscutibile del Papa come proveniente da dio stesso, potesse improvvisamente cambiare la sua natura divenendo "ragionevole", assumendo un concetto che è totalmente estraneo ai suoi principi: la reciprocità. Cavour si prodigò in trattative con Napoleone III per indurlo a ritirare le sue truppe in difesa del Papa da Roma, ma non fece in tempo a terminare la sua missione diplomatica, poichè morì, in seguito a febbre malarica, il 6 giugno 1861. Fu sostituito alla Presidenza del Consiglio dei Ministri del Regno d'Italia da Bettino Ricasoli, nel 1861. Ricasoli cercò di riprendere delle ragionevoli trattative con Pio IX tramite il cardinale Giacomo Antonelli, che si mostrò oltremodo intransigente sulla volontà del Papa di non abbandonare il potere temporale; queste le sue affermazioni: "Quanto a fare accordi con gli espropriatori, noi non lo faremo mai". In quel periodo (sempre nel 1861) ci fu il famoso tentativo per la conquista dello Stato Pontificio di Garibaldi, che durante il valico dell'Aspromonte, fu interrotto dall'intervento delle truppe sabaude. Il nuovo Presidente del Consiglio, successore di Bettino Ricasoli, Marco Minghetti, riprese le trattative con Napoleone III, il quale, dopo l'avventata impresa di Garibaldi verso Roma, pretese superiori garanzie dal governo piemontese. Tutto ciò non impedì a Garibaldi di prendere un ulteriore iniziativa d'invasione dello Stato Pontificio, con il tentativo, nel 1867, di sbarco sulle coste del Lazio che si concluse con la famosa battaglia di Mentana, persa da Garibaldi. Le truppe francesi si unirono in seguito a quelle pontifice per affrontare i volontari garibaldini in quel di Civitavecchia. Fu allora che i francesi decisero di non ritirare più le truppe dal Lazio a difesa del territorio papale, con una decisa dichiarazione del ministro Eugène Rouer: "che l'Italia può fare a meno di Roma; noi dichiariamo che non si impadronirà mai di questa città. La Francia non sopporterà mai questa violenza fatta al suo onore ed al cattolicesimo". Dal canto suo però, il governo piemontese si mostrò altrettanto risoluto nel suo intento di invadere lo Stato Pontificio, con un deciso appello del Presidente della Camera dei Deputati Giovanni Lanza: "siamo unanimi a volere il compimento dell'unità nazionale; e Roma, tardi o tosto, per la necessità delle cose e per la ragione dei tempi, dovrà essere capitale d'Italia". Gli eventi che scossero la Francia nel 1870, con la sconfitta nella battaglia di Sedan contro i prussiani e la conseguente richiesta di aiuto di Napoleone III al governo piemontese (aiuto rifiutato, visti i recenti rapporti diplomatici), giocarono a favore della conquista dei territori papali. La caduta di Napoleone III e del Secondo Impero, diede inizio, infatti, alla Terza Repubblica Francese, più disponibile verso gli interessi nazionalistici dei Savoia. Le trattative con il nuovo governo francese continuarono, con invii da parte italiana, di precise garanzie riguardanti la persona e l'incolumità del Papa. Il nuovo ministro del governo francese Jules Favre, rispose alle esigenze dell'unità d'Italia con queste parole: "non possiamo riconoscere nè approvare il potere temporale della Santa Sede". Il Cardinale Antonelli si diede subito da fare per trovare nuovi alleati in Europa che difendessero gli interessi papali, ma la maggior parte delle nazioni si dimostrarono indifferenti, oppure addirittura non risposero all'appello. A questo punto venne convocato il generale Raffaele Cadorna, per i preparativi d'invasione del Lazio. Le truppe sabaude erano molto più numerose dell'esercito pontificio: 15.000 uomini a fronte dei 50.000 delle truppe piemontesi. Pio IX ribadì la sua intenzione di non cedere di fronte alla minaccia militare e fece sapere che non avrebbe mai riconosciuto lo Stato italiano. Ecco la famosa frase, dall'afflato mistico, pronunciata da Pio IX per ribadire la sua cocciutaggine: "Io non sono profeta, né figlio di profeta, ma in realtà vi dico che non entrerete in Roma". Il comandante delle truppe pontifice era il badese Hermann Kanzler. La mattina del XX settembre 1870 le truppe italiane, composte da bersaglieri, militari dell'esercito sabaudo e carabinieri, agli ordini del generale Raffaele Cadorna, cannoneggiarono e aprirono un varco di 30 metri nelle mura vaticane, accanto a Porta Pia. Fra gli eroi della breccia di Porta Pia ci fu anche Edmondo de Amicis, all'epoca ufficiale, che così riporta l'evento: "La porta Pia era tutta sfracellata; la sola immagine della Madonna, che le sorge dietro, era rimasta intatta; le statue a destra e a sinistra non avevano più testa; il suolo intorno era sparso di mucchi di terra; di materasse fumanti, di berretti di Zuavi, d'armi, di travi, di sassi. Per la breccia vicina entravano rapidamente i nostri reggimenti". Pio IX, che ordinò una formale resistenza, pur sapendo che la battaglia sarebbe stata persa, si ritirò fra le mura vaticane, dichiarandosi, fino alla morte nel febbraio 1878, prigioniero politico. In seguito il Papa fece appello ai cattolici italiani perchè non partecipassero alla vita politica di uno Stato che il Pontefice non riconosceva. Il 2 ottobre 1870, si svolse il plebiscito che doveva sancire la decisione unanime di annessione dell'ex Stato Pontificio all'Italia; la vittoria dei "sì" fu schiacciante, ma venne criticata per l'astensionismo che si verificò da parte cattolica su invito del Papa a non recarsi al voto. Un vecchissimo trucco delle gerarchie cattoliche per distrarre il popolo dai richiami della laicità si verificò allora con la sovrapposizione di un rito cattolico alla chiamata al voto, poichè il vescovo di Veroli scelse il giorno del plebiscito per dispensare la Cresima. Con l'enciclica Respicientes Ea, Pio IX denuncia come ingiusta, nulla e invalida l'occupazione del suo Stato e la trasformazione del Quirinale (che il Papa considerava proprietà personale) a sede del Re d'Italia.

DUE EROI DI PORTA PIA

GIACOMO SEGRE: colonnello dell'esercito del Regno d'Italia, di famiglia ebraica, fu colui che per primo ordinò l'attacco alle mura aureliane, nei pressi di Porta Pia. Questa la memoria del nipote Paolo Alatri (1918-1995), storico, docente e deputato italiano, di idee marxiste: "Il mio nonno materno, Giacomo Segre, militare di carriera, era capitano d'artiglieria quando il 20 settembre 1870 comandava la batteria che aprì la breccia di Porta Pia... Poi Giacomo Segre raggiunse alti gradi nella carriera militare, fino a quello di colonnello; ma non oltre, perché morì giovane..." Giacomo Segre scrisse questa lettera alla fidanzata prima del decisivo attacco alle mura vaticane: " Mia amatissima Annetta, ieri fu giornata abbastanza calda. Contro la mia aspettazione, le truppe pontificie fecero resistenza e si dovette coi cannoni aprire la breccia che poi fu presa d' assalto dalla fanteria e bersaglieri. La mia batteria prese parte all' azione e se ne levò con onore. Rimase morto un caporale, ferito gravemente il mio tenente che morì stamane. Povero bel giovinottino di ventiquattro anni! Feriti ugualmente altro caporale che forse non camperà fino a stasera, e più leggermente altri quattro cannonieri. Basta, Roma è nostra e domani andrò a visitarla. Io continuo a star bene e non ti so dire con quanta soddisfazione abbia ricevuto la tua ultima lettera. Dopo tanto tempo! L' ho letta e riletta, e la portavo addosso quando andai al combattimento, a cui si marcia allegramente ma colla recondita apprensione che si sa che vi si va, ma non si sa se si avrà la fortuna di ritornarne. Fu un talismano che mi preguardò da quel nuvolo di palle che mi fischiavano d' attorno". Questo lo scritto sulla targa commemorativa presso il Comune di Chieri: "In questo luogo è sepolto il colonnello Giacomo Segre, comandante di artiglieria durante la presa di Porta Pia. A sua memoria e dei bersaglieri ebrei che combatterono per l'unità d'Italia".

GIACOMO PAGLIARI: dopo la sua eroica morte sotto le mura vaticane durante la presa di Porta Pia, gli venne conferita la Medaglia d'Oro al Valore, con Regio Decreto del 1870, che così descrisse le sue gesta: “Per avere con intelligenza e ammirabile slancio condotto il proprio battaglione all’attacco della breccia di Porta Pia, rimanendo a pochi passi da essa mortalmente ferito. - Roma, 20 settembre 1870.” Nacque presso una famiglia di contadini nel 1822 a Cremona, i cui 4 figli caddero tutti per la causa dell'unità d'Italia. Questo lo scritto riportato sulla targa commemorativa: "Giacomo Pagliari, ucciso a Porta Pia di Roma il giorno 20 settembre 1870, nel combattimento che fu ultimo ad atterrare una dominazione sacerdotale non voluta da Cristo, condannata dalla ragione e dalla storia".

LA LEGGE DELLE GUARENTIGIE. QUESTIONE ROMANA. NON EXPEDIT. RIVALSA CLERICALE. ASCESA DEL FASCISMO. PATTI LATERANENSI.

Già nel 1866-1867 il neonato Regno d'Italia emanò delle leggi che sovvertivano il vecchio ordine sociale, basato su istituzioni fondamentalmente feudali, con la soppressione di interi ordini religiosi e congregazioni parassitarie e conseguente spoliazione dei beni ecclesiastici ad esse legati. Fu proprio durante questo decennio che si radicalizzarono le posizioni papali contro la formazione di uno Stato italiano, poichè gli argomenti clericali ritenevano che senza la sovranità territoriale e, quindi, il potere temporale, la chiesa non avrebbe più potuto essere indipendente nelle scelte e nelle decisioni. Questo timore non era del tutto infondato, poichè la religione cattolica (per mentalità, valori e tradizioni) non avrebbe potuto sopravvivere alla fine di un assetto sociale feudale: in quel mondo si formano i suoi costumi ed i suoi dogmi e non possono sopravvivere senza un parallelismo sociale e, dunque, un potere temporale. Alla luce di questa realtà l'influsso della chiesa cattolica sulle decisioni dello Stato e della vita pubblica successive al Risorgimento, dopo l'abolizione del "Non expedit" di Pio IX che proibiva ai cattolici la partecipazione alla vita politica nel 1919 da Benedetto XV, diviene una questione di sopravvivenza; così anche la complicità della chiesa cattolica nel mantenimento del Sud Italia in condizioni di arretratezza feudale sotto il controllo armato della mafia. I primi germi del Fascismo coincisero con l'entrata dei cattolici in politica e la rivalsa clericale culminò con la firma dei Patti Lateranensi del 1929 ad opera di Mussolini, i quali, ricordiamolo, non sono stati cancellati nemmeno dalla Costituzione Repubblicana dopo la sconfitta del fascismo e tutt'oggi consistono in un'effluvio di privilegi e garanzie che permettono alla chiesa cattolica di mantenere la società in una condizione di arretratezza culturale e di demolire le istutuzioni che più danneggiano i propri interessi, prima fra tutte l'istruzione pubblica. Subito dopo la presa di Porta Pia, il governo italiano incaricò il ministro di Giustizia e Culti del Governo Lanza, Matteo Raeli, a redigere una legge che regolasse i rapporti fra Stato e Chiesa. Il 13 maggio 1871 viene approvata la Legge delle Guarentigie, che praticamente consistevano in garanzie rivolte alla persona del Papa e dell'istituzione ecclesiastica. L'elemento fondamentale che regolava queste garanzie era che l'ex territorio governato dal Pontefice, dopo la sconfitta militare di Porta Pia, era ormai inglobato al Regno d'Italia, ma veniva riconosciuta la completa autonomia del Papa e del clero mediante la decisione di creare delle franchigie territoriali, con le quali i beni immobili del clero sarebbero stati considerati extraterritoriali. Fra le prerogative del Pontefice vi era il diritto ad essere riconosciuto come sovrano; il diritto all'inviolabilità della persona; il diritto al possesso di guardie armate in difesa dei propri palazzi: Vaticano, Laterano, Cancelleria e villa di Castel Gandolfo, che venivano ad essere considerati extraterritoriali e quindi non sottoposti alla legge dello Stato italiano; diritto di rappresentanza diplomatica ed infine il mantenimento dei sacri palazzi, del Pontefice e del Sacro Collegio. Ai vescovi, inoltre, era esentato il giuramento al Re. Ma, nonostante tutte queste garanzie, Pio IX considerò comunque la decisione come un atto unilaterale del governo italiano e le parti sociali, da quel momento, acuirono i loro contrasti, radicalizzando le proprie posizioni, sia gli anticlericali che i cattolici fedeli al Papa. Con l'Enciclica "Ubi nos", Pio IX chiarì la sua posizione di non-riconoscimento delle leggi italiane. Le motivazioni dell'Enciclica Ubi Nos per il rifiuto della Legge delle Guarentigie vi furono così espresse: 1) perché non garantisce il libero ed effettivo esercizio del potere papale, che è conferito direttamente da Dio stesso; e perché è assurdo che un potere e una autorità di origine divina possa ridursi ad una semplice concessione del potere laico.

LA RESISTENZA COME SECONDO RISORGIMENTO?

Il Risorgimento fu un'evento storico dai molteplici aspetti ideologici, ma guidato fondamentalmente dal moderatismo, dal Partito d'Azione mazziniano ormai compromesso con i Savoia e con gli interessi della borghesia, un eroe, Giuseppe Garibaldi, estremamente ambiguo ed adottato sia da comunisti che da fascisti come figura di riferimento durante la Seconda Guerra mondiale (Mussolini lo immaginava con la camicia nera e i combattenti partigiani si denominarono Brigata Garibaldi); il problema è proprio questo: il Risorgimento nacque da nobili propositi, che poco avevano a che fare con quelli guidati dal potere e patriottici, ma il sacrificio dei suoi martiri in buona fede, venne usurpato da chi sostanzialmente e realisticamente poteva finanziare le spedizioni garibaldine, ovvero la monarchia sabauda ed i magnati inglesi che avevano i loro interessi commerciali nel Mar Mediterraneo e quindi avevano bisogno di instaurare un regime amico che li avvantaggiasse. Non vi è dubbio che Garibaldi fosse un eroe, ma nessun eroismo avrebbe potuto sconfiggere l'esercito borbonico, sebbene questa monarchia fosse avviata alla decadenza, senza i finanziamenti stranieri e sabaudi: dopo la conquista del Sud e la spedizione dei Mille, il ministro delle finanze Quintino Sella dovette inserire nel bilancio la voce "spese per il finanziamento della spedizione di Garibaldi", consistente in 7 milioni e 900.000 lire. I mazziniani stanziarono un fondo per Garibaldi, ricevendo finanziamenti dalla Scozia. 30.000 sterline giunsero dalla corona inglese, che furono accompagnate da annunci sul Daily News che invitavano ad arruolarsi. La realtà pratica non permise a Garibaldi di essere un'idealista "senza se e senza ma", il suo spirito umanistico si espresse meglio nelle missioni in Sud America, dove si battè contro schiavismo e governi imperiali. E' vero però che Garibaldi almeno, a differenza di Mazzini, appoggiò la Comune di Parigi e fu socio onorario dell'Iternazionale, motivo in più per essere annoverato fra gli eroi di sinistra. La sua alleanza con la monarchia sabauda e la persecuzione dei contadini meridionali, invece, lo pongono bene come idolo di destra ed è per questo che, la complessità di questa situazione, permette sia al fascismo di essere considerato come uno svolgimento risorgimentale (quello traditore e monarchico) che la Resistenza come un riscatto dei veri ideali traditi del Risorgimento. Ma la Resistenza, nonostante tutto, fu anch'essa un'impresa in parte fallita, per il compromesso fra DC e PCI, che condizionò la stesura della Costituzione, per il mantenimento dei Patti Lateranensi, stilati durante il fascismo, all'articolo 7 della Costituzione; per la libertà religiosa e non "dalla religione" espressa nell'articolo 8, per la salita al potere della destra nei decenni del dopo-guerra con il governo Tambroni. L'episodio cardine che fece deragliare la direzione della "democrazia" dopo la Liberazione dal nazi-fascismo, fu la strage di Portella delle Ginestre, nel 1947, attuata dai mafiosi al servizio dei proprietari terrieri, in un periodo in cui la sinistra stava per assumere l'egeminia sui partiti di destra, la quale fu perpetrata con lo scopo di lanciare un avvertimento ai vertici di governo; cosa che poi permise alla DC di usurpare il potere e soppiantare i valori della Resistenza; situazione che causò un nuovo riscatto dei progetti falliti della Resistenza, con la rivoluzione del 1968, che fu un fenomeno globale di insurrezione contro conservatorismo, autoritarismo ed oscurantismo: vecchi draghi combattuti dalla Rivoluzione Francese in poi e non ancora debellati.


CONCLUSIONE:

Con la premessa che gli ideali di uguaglianza e di vero socialismo furono soppiantati dai superiori mezzi militari e finanziari della nuova classe della borghesia capitalistica e della vecchia casta monarchica, usurpando il sacrificio delle classi meno abbienti, che furono spinte a donare il proprio sangue per la rivoluzione, e dato per certo che i vecchi contendenti (Stato e Chiesa) ormai si sono da quasi un secolo riconciliati formando un fronte compatto e reazionario contro i diritti dei cittadini, lavoratori, studenti e minoranze, appurata anche la vetusta alleanza fra Stato-mafia e Chiesa cattolica per mantenere metà del Paese, il Meridione, in condizioni sfruttabili di arretratezza sotto la costante minaccia mafiosa, cosa possiamo concludere? Quali sono le condizioni necessarie perchè una rivoluzione non fallisca miseramente sulla tavola dei mastini? Il moderatismo è velenoso, adescabile, infido, ed è stato quest'ultimo la vera palla al piede del cambiamento; oggi il moderatismo è un dogma, tutti si vogliono ammantare di moderatismo che, in realtà, consiste nel binario morto verso il nulla, verso la dissoluzione degli ideali autentici che portano alla vera trasformazione, che è soprattutto una trasformazione delle coscienze, un Uomo Nuovo. Marx è stato rinnegato, il comunismo è stato identificato con la dittatura burocratica stalinista che nulla aveva a che vedere con quest'ultimo ed è stata combattuta da Trotszij, il quale venne assassinato. Ma dove andiamo senza il comunismo? Dove andiamo senza Marx ed Engels? Non abbiamo ancora capito che tutte le rivoluzioni, da quella francese alla Resistenza, sono fallite a causa del moderatismo che ha portato a rinunciare agli ideali del comunismo e a compromessi con le classi dominanti? Sono questi ideali che non si daranno requie finchè non troveranno la loro realizzazione ed il loro abbandono porterà sempre a fallimenti. Questi sono gli ideali della vera Massoneria, corrispondono alla consapevolezza che la civiltà non è nata da sopraffazione, ma che le prime civiltà furono basate sull'uguaglianza e sul concetto di comunità; la consapevolezza che finchè ci saranno classi privilegiate ce ne saranno altre ridotte all'ignoranza ed all'abbruttimento esistenziale, non ci potrà essere pace senza questa consapevolezza e per ottenerla dobbiamo cercare, non dobbiamo addormentarci sulle storie già scritte, dobbiamo guardare oltre  l'inganno.

Alessia Birri, 4 novembre 2013

AFORISMI:

“Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò non rifarei oggi la via dell’Italia Meridionale, temendo di esser preso a sassate, essendo colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio."
Giuseppe Garibaldi: lettera all’amica Adelaide Cairoli.

"Durante le rivoluzioni vi sono solo due specie di uomini: coloro che le fanno e coloro che ne approfittano".
Honoré de Balzac: Massime e pensieri di Napoleone, 1838

"Le rivoluzioni costano carissime, richiedono immensi sacrifici e perlopiù finiscono in spaventose delusioni".
Tiziano Terzani

"È un grave torto credere che il movimento unitario sia partito dalla coscienza popolare: è stata la conseguenza dei bisogni nuovi delle classi medie più colte; ed è stato più che altro la conseguenza di una grande tradizione artistica e letteraria".
Francesco Saverio Nitti


"Rivoluzione? Rivoluzione? Per favore, non parlarmi tu di rivoluzione. Io so benissimo cosa sono e come cominciano: c'e qualcuno che sa leggere i libri che va da quelli che non sanno leggere i libri, che poi sono i poveracci, e gli dice: "Oh, oh, è venuto il momento di cambiare tutto" Io so quello che dico, ci son cresciuto in mezzo, alle rivoluzioni. Quelli che leggono i libri vanno da quelli che non leggono i libri, i poveracci, e gli dicono: "Qui ci vuole un cambiamento!" e la povera gente fa il cambiamento. E poi i più furbi di quelli che leggono i libri si siedono intorno a un tavolo, e parlano, parlano, e mangiano. Parlano e mangiano! E intanto che fine ha fatto la povera gente? Tutti morti! Ecco la tua rivoluzione! Quindi per favore, non parlarmi più di rivoluzione... E porca troia, lo sai che succede dopo? Niente... tutto torna come prima!" "Giù la testa" di Sergio Leone, 1971

Articoli correlati:

Antonio Gramsci sul Risorgimento:
http://www.filosofico.net/gramsci3.htm

Marx ed Engels sul Risorgimento italiano
http://www.controlacrisi.org/index.php?option=com_content&view=article&id=9962&catid=42&Itemid=68

Pio IX: Mastai Ferretti, biografia:
http://cronologia.leonardo.it/storia/biografie/pihtmoix.htm

Crispi e la repressione dei Fasci dei Lavoratori:
http://www.lenotiziedimontalbano.it/agnews/ribera/201-crispi-e-la-repressione-dei-fasci-dei-lavoratori.html

Massimo Teodori: Contro il revisionismo cattolico del Risorgimento:
http://lanostrastoria.corriere.it/2011/10/11/massimo_teodori_contro_il_revi/

Risorgimento, Wikipedia:
http://it.wikipedia.org/wiki/Risorgimento